Athletic Club Bilbao Unofficial Fansite
Tutto sulla squadra basca. Beti aupa Athletic!

Il neo-biancorosso posa per la foto di rito insieme all'Innominabile (foto Athletic-club.net).
La paura di creare un secondo caso-Zubiaurre ha impedito di ufficializzare prima di oggi ciò che tutti sapevano, ovvero che Iñigo Diaz de Cerio è un nuovo giocatore dell'Athletic. La società ha aspettato che il calciatore terminasse il suo contratto con la Real Sociedad, che scadeva per l'appunto ieri, e questa mattina ha presentato in pompa magna (niente a che vedere con il Kakà-show, ovviamente) l'attaccante di Donostia, arrivato a parametro zero; il risalto dato alla cosa è quanto mai giustificato, giacché Iñigol rischia seriamente di essere il primo e l'unico rinforzo di una campagna acquisti partita con grandi proclami che però, giorno dopo giorno, si sono rivelati nient'altro che spacconate da bar. Caparros voleva i migliori giocatori baschi e invece non riuscirà nemmeno ad avere gli Azpilicueta, i San José e gli Herrera di turno; chissà dove sono adesso quei simpaticoni che anno fatto i nomi di Joseba Llorente - stamani si parlava ancora di un sondaggio per lui -, Arteta e Raul Garcia, come se ci fossero i soldi per comprare gente di questo livello che peraltro non credo scalpiti per venire a Bilbao, visto che ha calcato il palcoscenico della Champion's. A proposito di Herrera, solo i gonzi potevano pensare che fosse realmente intenzionato a lasciare la città e la squadra dov'è nato e cresciuto per trasferirsi nel Botxo...Ander ha giocato a tiramolla per fare pressione sul Saragozza e strappare un contratto migliore, ma non ha mai pensato di andarsene dall'Aragona: piccoli Ibrahimovic crescono, almeno per quanto riguarda certi giochetti.
A meno che non arrivino Miguel Flaño, centrale dell'Osasuna, o il deprimente Barkero del Numancia, eventi questi che non mi auguro, Diaz de Cerio sarà dunque l'unico acquisto che la giunta Macua riuscirà ad eseguire, con buona pace di Caparros e dei suoi piani di rafforzamento in vista dell'Europa. I movimenti in uscita, al contrario, finora sono stati notevoli: via Del Olmo, Casas e Lafuente, in società si cerca ora una soluzione per tagliare al più presto anche Tiko e Iñigo Velez. Non si tratta però di cessioni, ma di rescissioni o mancati rinnovi di contratto, dunque nemmeno un euro è entrato nelle casse di Ibaigane. Complimenti vivissimi, anche perché due dei partenti (Del Olmo e Iñigo Velez) vennero comprati appena un anno fa: serviva proprio spendere soldi per elementi sottoutilizzati dall'allenatore?
Tornando a de Cerio, devo dire che ho letto commenti poco lusinghieri sul suo arrivo e, in generale, sulle sue caratteristiche tecniche, solo in parte dovuti ai timori sul recupero dal grave infortunio (rottura di tibia e perone) che gli ha fatto chiudere la stagione a novembre; l'ex errealista viene accusato di non esistere fuori dell'area di rigore, di non pesare sul gioco della squadra e di non poter convivere con un centravanti come Llorente. Queste critiche per me non sono del tutto fondate: è vero che Iñigol ha giocato pochissimo in Primera, che è reduce da uno stop lunghissimo e che non è un mostro di tecnica, ma è altrettanto certo che possieda un fiuto del gol innato, che lo rende per me l'attaccante di gran lunga migliore tra quelli che l'Athletic avrebbe potuto ingaggiare. Diaz de Cerio è il classico finalizzatore d'area, scarsamente dotato in elevazione, dribbling e palleggio, eppure capace di segnare con buona regolarità e di rendersi sempre pericoloso negli ultimi 16 metri; di certo non è uno di quei giocatori che incantano la platea con numeri di alta classe, ma il suo mestiere, segnare, sa farlo benissimo. Quello dell'integrazione con Llorente è un falso problema, perché a dispetto del fisico Nando è un attaccante tecnico e mobile, che ama svariare e che non disdegna di venire a prendersi il pallone lontano dalla porta; non vedo grossi problemi di convivenza con la punta donostiarra, e credo anzi che il numero 9 troverà finalmente qualcuno in grado di sfruttare le sue spizzate e gli spazi che apre con i suoi movimenti. E poi, se Llorente ha giocato con Ion Velez e Toquero, non può forse farlo anche con Diaz de Cerio?
Iñigo Díaz de Cerio Conejero
Nació en San Sebastián el 15 de mayo de 1984
1,77 m 69 kg
Debutó en primera división el 12 de febrero de 2006 ante el Atlético de Madrid
2003-04 Real Sociedad B 2ºB 19 partidos 4 goles
2004-05 Real Sociedad B 2ªB 33 partidos 1 gol
2005-06 Real Sociedad B 2ªB 32 partidos 23 goles
2005-06 Real Sociedad SAD 1ª 3 partidos 0 goles
2006-07 Real Sociedad SAD 1ª 27 partidos 4 goles
2007-08 Real Sociedad SAD 2ªA 36 partidos 16 goles
2008-09 Real Sociedad SAD 2ªA 11 partidos 4 goles

Volo plastico di Iraizoz contro l'Almeria (foto Deia).
Iraizoz 6,5: discreta nel complesso la sua stagione, nonostante l'aumentata perforabilità della retroguardia dell'Athletic rispetto alla passata temporada. Pregi e difetti del giocatore sono ormai arcinoti al pubblico bilbaino: l'istinto e i riflessi notevoli lo rendono un ottimo portiere tra i pali e nelle uscite basse, mentre non è particolarmente dotato sui palloni alti (nonostante sia più di 1,90) e soffre molto i calci da fermo. Lo stile poco ortodosso potrebbe portare a giudizi affrettati sulla sua affidabilità, che invece è piuttosto elevata; a memoria ricordo un solo errore grave, contro il Racing, e diverse belle prestazioni. Gli è forse mancato quel "quid", quell'offrire alla squadra un valore aggiunto che distingue il grande numero 1 dall'onesto portiere di prima divisione, ma probabilmente Iraizoz appartiene alla seconda categoria. Ha giocato molto, disputando da titolare inamovibile sia la Liga che la Copa del Rey, e in generale devo dire che mi è piaciuto meno rispetto all'anno scorso. Resta comunque il miglior "guardameta" possibile per i Leoni, visto che Aranzubia, rinato al Depor, appartiene ormai al passato.
Armando 6: ha passato un'annata da secondo portiere in stile anni '70-'80, quando cioè i numeri 12 giocavano un paio di partite in 3-4 stagioni. Caparros ha attuato la discutibile scelta di schierare sempre Iraizoz (almeno nei primi turni di Coppa Armando poteva giocare, suvvia), ma l'ex estremo difensore del Cadice ha accettato senza polemiche la panchina e non è mai stato d'intralcio con dichiarazioni scomode o polemiche inutili. Ha disputato solo due partite, tuttavia si merita la sufficienza piena non solo per il comportamento esemplare dimostrato, ma anche per la firma sulla salvezza che ha messo nella decisiva partita contro il Betis. Con tutti i titolari lasciati a riposo in vista della finale di Copa, Armando ha chiuso la saracinesca e ha guidato i suoi alla vittoria che ha praticamente certificato la permanenza dell'Athletic in Primera. Chapeau.
Lafuente n.g.: in tribuna fino a gennaio, è stato poi ceduto allo Sporting dove ha ottenuto una bella salvezza. Farà le valigie a fine giugno, arrivederci e grazie di tutto (specie delle grandi parate che permisero ai biancorossi di salvarsi tre anni fa).

Ustaritz e Caparros: durissime le parole del difensore verso il tecnico nella conferenza stampa di ieri (foto As).
Nel giorno della finale di Champion's tra Barcellona e Man Utd (a proposito, sentiti complimenti ai neo-campioni blaugrana) la notizia è passata praticamente sotto silenzio, ma ieri è successo qualcosa con pochi precedenti nella storia dell'Athletic: Ustaritz si è presentato ad una conferenza stampa spontanea e ha sparato a zero su Caparros, scoperchiando una situazione ambientale fin qui solo intuibile. L'antefatto è di pochi giorni orsono, quando il 25enne difensore ha comunicato al tecnico di non sentirsi fisicamente pronto per giocare contro l'Atletico e quest'ultimo ha quindi sollevato forti dubbi sulla reale consistenza dei frequenti malanni del giocatore, dubbi sconfessati martedì dalla diagnosi ufficiali dei medici biancorossi che parlava di una rottura muscolare. Ustaritz ha pertanto deciso di presentarsi in sala stampa e, partendo dal suo infortunio, ha tracciato una panoramica tutt'altro che rosea dei suoi rapporti con Jokin, delineando uno scenario fatto di incomprensioni, scarsa considerazione e pochissimo feeling con l'allenatore. Il centrale di Abadiño ha descritto con dovizia di particolari il duro periodo che ha affrontato a causa del semi-ostracismo di Caparros, ha chiesto più rispetto per chi si trova nel club da una vita e ha concluso dicendo che il suo desiderio è continuare a militare nell'Athletic, la sua squadra del cuore, ma che si guarderà intorno qualora le cose non dovessero cambiare. Parole, le sue, che rafforzano l'idea di uno spogliatoio lacerato dalle scelte dell'utrerano che già era emersa dopo l'intervista rilasciata da Muñoz ad "As", nella quale il mediano navarro aveva mostrato stupore e frustrazione per la decisione del tecnico di puntare su un blocco di 14-15 elementi senza lasciare il minimo spazio agli altri componenti della rosa. E la gestione degli uomini è senza dubbio uno dei punti più criticabili del lavoro di Caparros, per il quale molti Leoni praticamente non esistono; da un lato troviamo dunque giocatori ai margini nonostante la lunga militanza nell'Athletic, fin dalle squadre giovanili (Garmendia, Ustaritz, Murillo, lo stesso Etxeberria e soprattutto Gurpegi), e da un altro vi sono i nuovi acquisti utilizzati col contagocce (Muñoz, Del Olmo, Iñigo Velez). Una situazione paradossale, anche perchè gli "scarti" si sono mostrati quasi tutti all'altezza della situazione le poche volte che sono stati chiamati in causa, contribuendo peraltro in modo decisivo al raggiungimento della salvezza anticipata grazie alla vittoria col Betis prima della finale di Copa del Rey (vittoria pesantissima, è bene ricordarlo, senza la quale adesso i bilbaini sarebbero invischiati nella lotta per non retrocedere). Tale situazione ha delle evidenti conseguenze sia dal punto di vista economico, giacchè il valore di questi giocatori (teoricamente da piazzare, visto che l'allenatore non li vede) si è abbassato moltissimo a causa dell'inattività, sia da quello degli equilibri di spogliatoio, anche perchè riguarda elementi di spicco e di grande personalità come Ustaritz e Gurpegi. Premesso che non capisco il motivo di tali ostracismi né, cosa ancor più grave, le ragioni dell'acquisto di calciatori che non hanno mai visto il campo, io mi schiero apertamente dalla parte di Usta, ragazzo splendido e cuore Athletic, e anche di Muñoz, professionista esemplare che non meritava certo il trattamento che gli è stato riservato. Caparros comincia ad assomigliare sempre più alla sua versione nel bienno al Depor, dove ottenne poco e nulla a livello sportivo e, in sovrappiù, spaccò lo spogliatoio con atteggiamenti identici a quelli attuali. Pensare che Ustaritz potrebbe lasciare mentre Jokin ha ancora un altro anno di contratto mi fa venire un gran mal di pancia...
Passiamo ora ad una breve panoramica sulla situazione sportiva e di mercato in casa biancorossa.
Campionato: la stagione dell'Athletic è finita il 13 maggio a Valencia, dopo il 4-1 rimediato dal Barça nella finale di Coppa. Da quel momento, infatti, la squadra ha tirato i remi in barca e ha incassato due sconfitte su due partite di Liga (1-0 in casa dell'Espanyol e 1-4 al San Mamés contro l'Atletico). Poco male, i Leoni sono già salvi e Caparros sta dando qualche contentino a chi ha giocato meno, anche se non ha evitato di umiliare ulteriormente una bandiera come Gurpegi che è stato schierato da terzino destro (!) contro i colchoneros. L'unico elemento di interesse riguarda il probabile esordio di Muniain domenica al Mestalla; se il 16enne navarro dovesse entrare in campo, diventerebbe il giocatore più giovane ad aver mai indossato la maglia zurigorri, battendo il record del leggendario Piru Gainza.
UEFA: come penso tutti saprete già, l'anno prossimo l'Athletic parteciperà alla Coppa UEFA (io mi rifiuto di chiamarla Europa League, spero che capirete) in virtù del raggiungimento della finale di Copa del Rey, poichè il Barça campione ovviamente sarà impegnato in Champion's. I Leoni giocheranno l'andata del primo turno eliminatorio il 30 luglio (il sorteggio deve ancora essere effettuato), dunque dovranno anticipare la preparazione e il ritiro precampionato, cosa pericolosa per una squadra che presumibilmente dovrà lottare per la permanenza in Primera più che per le posizioni di prestigio. Un'alternativa sarebbe quella di far disputare i primi turni ai giovani del Bilbao Athletic, come fece Mendilibar nell'Intertoto di quattro anni fa, ma resta fuor di dubbio che il club biancorosso rischierà grosso se non si attrezzerà per affrontare al meglio le tre competizioni (Liga, Coppa del Re e UEFA) che dovrà affrontare la prossima stagione. Ci sono esempi a bizzeffe di squadre crollate per non aver retto un impegno su più fronti (mi viene in mente il Celta, per restare in Spagna) e sinceramente tutti noi vorremmo evitare una stagione allucinante come quella succitata di Mendilibar-Clemente. Le dichiarazioni di qualche giorno fa di Toquero ("L'obiettivo per la prossima stagione è la salvezza") non lasciano tuttavia intravedere un futuro tranquillo.
Supercoppa: il primo appuntamento della stagione riguarda come sempre le squadre vincitrici di Liga e Copa, ma non potendosi disputare un incontro tra Barcellona A e Barcellona B sarà ovviamente l'Athletic a contendere ai blaugrana la Supercoppa, che per inciso è anche l'ultimo trofeo vinto dai Leoni nella loro storia. Andata il 16 agosto a Bilbao, ritorno dopo una settimana in Catalogna. Con la formula del doppio scontro siamo già fregati in partenza, per amor di patria dò ai biancorossi l'1% di possibilità di vincere e il resto lo lascio alla fenomenale creatura di Guardiola.
Mercato: è un settore, questo, che ai tifosi dell'Athletic non ha mai dato grandi soddisfazioni a causa della natura stessa del club, ma noi lo sappiamo e non ci lamentiamo, anzi ne siamo orgogliosi. I nomi, al solito, sono pochi e ormai noti: Diaz de Cerio della Real Sociedad, che si libererà a giugno e di cui si aspetta solo la firma, il promettentissimo Ander Herrera del Saragozza (nato a Bilbao ma di casa in Aragona, potrebbe lasciare la Romareda solo se la squadra di Marcelino non riuscisse a salire...molto difficile) e alcuni elementi dell'Osasuna il cui futuro è legato alla permanenza o meno dei navarri in Primera. Ecco però che un paio di giorni fa è emersa la trattativa in corso per Aitor, 33enne centrocampista sinistro o centrale del Recreativo, che sembrerebbe molto vicino al club bilbaino dopo la retrocessione dei suoi. La notizia, devo ammetterlo, più che lasciarmi freddo mi ha sconfortato: va bene che Caparros ha richiesto giocatori di esperienza in vista dei tre fronti su cui i Leoni saranno impegnati, ma mi chiedo cosa potrebbe apportare alla causa un giocatore del tutto ordinario, in avanti con gli anni e con un curriculum tutt'altro che speciale. Tanto varrebbe tenersi Muñoz o Tiko, a parer mio. Se il mercato in entrata non offre altro, quello in uscita potrebbe diventare effervescente nei prossimi giorni. Ai biancorossi migliori (Iraola, Llorente, Javi Martinez) che sono sui taccuini di molti osservatori si aggiungono infatti quegli elementi, più o meno in esubero, di cui ho trattato all'inizio e che dovranno essere piazzati da qualche parte, presumibilmente in prestito - in attesa della scadenza del contratto - perché nessuno vorrà sborsare per giocatori reduci da un'annata di semi-inattività (e qui vanno i miai complimenti ad una dirigenza sempre più lungimirante...). E' comunque indubbio che l'Athletic, oltre ai rinnovi con i suoi calciatori migliori, dovrà assicurarsi anche qualche elemento affidabile e gradito all'allenatore, in modo da non ritrovarsi a fare i conti con situazioni simili a quelle viste quest'anno. Seguiremo gli sviluppi, ma anche dal punto di vista del mercato non mi sembra che ci sia da stare troppo allegri.

Le lacrime di Yeste dopo la premiazione (foto Athletic-club.net).
Athletic Club: Iraizoz; Iraola, Aitor Ocio, Amorebieta, Koikili; Yeste, Javi Martínez, Orbaiz (61' Etxeberría), David López (56' Susaeta); Toquero (61' Ion Vélez), Llorente.
Barcelona: Pinto; Dani Alves, Touré Yayá (89' Sylvinho), Piqué, Puyol; Xavi (88' Pedro), Busquets, Keita; Messi, Bojan (84' Hleb), Eto’o.
Reti: 9' Toquero, 32' Touré Yayá, 55' Messi, 57' Bojan, 64' Xavi.
Arbitro: Luis Medina Cantalejo (comité andaluz).
1200 km percorsi con la speranza di esultare per la vittoria della Coppa, e altri 1200 di un ritorno gravato dalla tristezza per una sconfitta netta e dal sapore amaro, nonostante fosse ampiamente preventivabile alla vigilia. Lo rifarei? Nessun dubbio: certo che sì. Far parte (insieme ad altri 5 amici della Peña Leones Italianos) della spettacolare mare biancorossa è stato un privilegio, oltre che un onore. Tutti meritati gli attestamenti di stima che ho letto e sentito riguardo alla straordinaria tifoseria dell'Athletic, capace di invadere Valencia in numero di molto superiore alla disponibilità dei biglietti, di riempire le strade con i suoi canti ed i suoi colori e di sostenere la squadra anche sul 4-1 per il Barça; una testimonianza di sportività davvero ammirevole, e lo dico con ammirazione e non con senso di autocompiacimento. I fischi all'inno e al re (per me più che legittimi e meritati) e la bottigliata ricevuta da Alves, con il colpevole peraltro subito individuato dagli altri hintxak zurigorri, non possono scalfire in alcun modo l'immagine offerta al mondo calcistico (e non solo) da una aficion straordinaria come quella dei Leoni, esempio unico di attaccamento ai colori e di amore incondizionato per il proprio club.
Io, Emi, Simo, Albe, Lodo e Franz abbiamo fatto del nostro meglio per contribuire alla festa e alla costruzione dell'ambientazo valenciano, e credo che tutti i complimenti, gli applausi e gli attestati di stima che abbiamo ricevuto da decine e decine di persone di tutte le età rappresentino un'altra medaglia che la nostra Peña può appuntarsi sul petto e mostrare con estrema soddisfazione negli anni a venire. Una citazione particolare va al mitico "due aste" disegnato da Valentina e portato in giro con sprezzo del dolore alle braccia da un leggendario Alberto; non avendone mai visto uno (nelle curve di Spagna non dev'essere una presenza fissa come nelle nostre), i tifosi zurigorri ne sono rimasti incantati e lo hanno immortalato in moltissime foto che, ne sono certo, saranno già state inserite in parecchie pagine di Facebook et similia.
Per quanto riguarda la partita, non c'è nulla che potrei dire che non sia già stato scritto e mostrato in questi giorni. L'Athletic è stato superbo per mezz'ora e in questo periodo di tempo ha giocato la partita che tutti noi speravamo: concentratissimo in difesa, corto per occupare gli spazi, ottimo nel pressing sui portatori di palla e lucido nella gestione del contropiede. Il gol di Toquero ci ha illuso, ma chiaramente non potevamo pensare di speculare su quell'unica rete di scarto. Non riuscendo a trovare sbocchi con la manovra corale, soffocata dall'abnegazione e dalla carica agonistica dei Leoni, il Barça si è affidato ai solisti e ha trovato l'importantissimo pareggio con un giocatore che solitamente non segna gol da copertina, Yaya Touré, aiutato nell'occasione da un atteggiamento piuttosto molle dei centrocampisti biancorossi e da una mezza indecisione di Iraizoz. La partita è finita lì. Al ritorno in campo, infatti, a Guardiola è bastato spostare Messi al centro per far saltare i delicati meccanismi difensivi dell'Athletic e per trovare subito un uno-due da ko, vista l'incapacità dei bilbaini nel far arrivare palloni giocabili nella trequarti catalana. L'inserimento di Etxeberria e Ion Velez è stata la mossa della disperazione per Caparros, ma il problema era chiaramente l'assenza di un creatore di gioco e di un tramite tra centrocampo e attacco, dunque buttare dentro altre punte non è servito a nulla. Il gol di Xavi ha fatto calare definitivamente il sipario su una finale a senso unico, tanta è la differenza tecnico-tattica tra i Leoni e i campionissimi blaugrana.
Non c'è amarezza o rimpianto in una sconfitta del genere, solo un po' di fisiologico scoramento e la consapevolezza che con un altro tipo di tecnico potremmo ambire ad avere una squadra più propositiva. Nessuna accusa a Caparros, però: l'utrerano pratica da sempre questo calcio e nessuno si aspettava che cambiasse proprio alla vigilia di una finale di Coppa. Vorrei anzi ringraziare il mister ed i giocatori per la splendida avventura che ci hanno regalata, che non debbano passare altri 25 anni prima di poter giocare un'altra partita del genere.
Le pagelle dell'Athletic:
Iraizoz 5,5: molto attento nella prima mezz'ora, sembra un po' sorpreso sul tiro dalla distanza di Touré che pareggia il gol di Toquero. Vero che il pallone passa tra le gambe di Amorebieta, però il navarro si fa infilare proprio sul suo palo, non proprio il massimo per un portiere. Sulle altre tre reti blaugrana non può nulla.
Iraola 6,5: chiude senza problemi su Eto'o, che controlla benissimo per tutta la partita, ed è anche uno dei giocatori più coinvolti nella fase offensiva, almeno fin quando l'Athletic prova ad imbastire qualche contropiede. Come sempre uno dei migliori.
Aitor Ocio 5,5: non soffre particolarmente Bojan, chiaramente dominato nel confronto fisico, ed è bravo a tenere alta la difesa nella prima frazione di gara. Un po' statico nell'uno contro uno di fronte al giovanissimo serbo-catalano in occasione del 3-1, temporeggia troppo e permette la conclusione al giocatore del Barcellona, che indovina poi un tiro strepitoso.
Amorebieta 6: non va mai in sofferenza contro Bojan, come Ocio, ed è sempre pronto ad aiutare Koikili nelle chiusure su Messi. Non accorcia in tempo su Tourè in occasione della percussione vincente dell'ivoriano, anche se le responsabilità maggiori sono dei compagni di centrocampo.
Koikili 6,5: lavoro fantastico su Messi nel primo tempo, tanto che Guardiola è costretto a spostare la Pulce nella ripresa e solo allora l'argentino riesce a mettersi in mostra. Concentrato, aggressivo ma sempre corretto, gioca un match esemplare se si pensa alla sproporzione tecnica che intercorre tra lui e il numero 10 blaugrana. Poco presente in fase di spinta, ma è ampiamente scusato.
Yeste 5,5: Caparros lo schiera a destra, pensando (come tutti) che il Pep mandi in campo Sylvinho con Puyol al centro. Guardiola invece replica Touré centrale come a Stamford Bridge e per Fran la vita si fa più difficile contro Puyol, largo a sinistra; all'inizio il fantasista di Basauri gioca bene, è in palla e viene cercato spesso, ma con il passare dei minuti finisce per spegnersi, isolato in una posizione non sua e controllato a vista da un cagnaccio come Carles. A parer mio andava accentrato per fare da tramite tra le punte e il centrocampo, scollatisi in maniera evidente durante il match, ma Jokin non è stato di questo avviso.
Orbaiz 6: pensa più al contenimento che alla regia, anche perché l'Athletic sceglie spesso di giocare coi lanci lunghi dalla difesa o partendo dall'avanzata dei terzini sulle fasce. Niente di eccezionale, ma fa il suo. Javi Martinez 6: partita anonima, non ha spazio e modi per partire con le sue progressioni imperiose e deve preoccuparsi soprattutto di contrastare i tre centrali del Barça. Man mano che i catalani prendono campo, gli avversari cominciano ad arrivare da tutte le parti e anche le sue doti di fondo servono a poco. Generoso e poco più.
David Lopez 5: partita anonima, ai limiti della denuncia contro ignoti. Non era in condizione e questo ha finito con l'evidenziare mancanza di velocità nel breve e di spunto secco che già palesa quando è in forma. Non ho capito perché Caparros lo abbia schierato a forza lasciando in panchina Susaeta, peraltro in un buon periodo. Nullo.
Toquero 6: per il gol che ha segnato e che ha fatto sognare migliaia di persone meriterebbe 10, ma certe lacune tecniche non riescono proprio a rimanermi indifferenti. Lotta, è vero, ed è generosissimo nel pressing, però non controlla un pallone che sia uno ed è evidentemente inferiore di almeno un paio di categorie rispetto ai difensori del Barcellona. Merita un applauso al carattere e al cuore, in ogni caso.
Llorente 5,5: riceve il primo pallone decente all'80' e per poco non segna con una grande girata di testa. Cercato solo tramite lanci lunghi e pallonate dalla difesa, può fare poco e infatti non incide sull'andamento della gara. Va anche detto che non prova a fare granché per cambiare la situazione e finisce per giocare una partita dimenticabile.
Susaeta, Etxeberria e Ion Velez s.v.
Caparros 6: non poteva che impostare questo tipo di partita e per 30' i fatti gli danno ragione, poi la squadra cala fisiologicamente dal punto di vista fisico, lascia più spazi al Barça e iniziano i dolori. Buona la mossa di Yeste a destra, però avrebbe anche potuto accentrarlo quando l'unica risorsa offensiva è diventata il pelotazo dalle retrovie. Poco comprensibile David Lopez titolare, così come l'inserimento di molte punte quando mancava chi facesse arrivare il pallone in avanti. Prepara bene la gestione dei calci piazzati, vero tallone d'Achille del Barça, e riesce ad ingabbiare i talenti blaugrana, anche se non risponde alla mossa di Guardiola che sposta Messi in mezzo e ne paga le conseguenze. Come detto in precedenza, non ci si aspettavano grandi voli da lui e in effetti non ce ne sono stati. Sufficiente come la squadra.
Ecco l'album fotografico di Lodo che documenta la nostra trasferta: link.
Ed ecco un paio di video dell'Athletic Hiria, la Città dell'Athletic dove ho visto la partita (avevamo solo 3 biglietti). L'ambiente a Valencia:
Esultanza dopo il gol di Toquero:
Barcellona, di Valentino Tola.
Ha bruciato le tappe Guardiola. Ci si aspettava un’annata sì al vertice, ci mancherebbe, ma anche in parte di transizione fra la vecchia rosa del Barça di Rijkaard e il nuovo progetto del Pep, che, lo ricordiamo, non ha in realtà ancora tutte le pedine che desidererebbe per sviluppare le propria idea di gioco. Con una rosa in gran parte simile a quella delle ultime due fallimentari annate, e venendo anche a patti rispetto ai primissimi propositi (Eto’o avrebbe dovuto tagliare la corda alla pari di Ronaldinho e Deco), Guardiola è riuscito anzitutto nell’impresa di rivitalizzare l’ambiente restituendo energia, entusiasmo, cattiveria. Nulla di particolarmente rivoluzionario dal punto di vista tecnico-tattico, ma una volontà di dominio che ha portato i blaugrana a risultati sensazionali, fino in fondo sui tre fronti dando spettacolo (ombre di Stamford Bridge a parte).
Il modulo non è cambiato, sempre il 4-3-3 ereditato da Rijkaard e patrimonio genetico del club dai tempi di Cruijff (in condominio col 3-3-1-3, soluzione ora decisamente più rara rispetto all’era-Cruijff: Guardiola ha utilizzato questo modulo dall’inizio solo in Champions contro lo Sporting, oltre a un assai poco convincente 3-5-2 in Ucraina contro lo Shakhtar), sono cambiati alcuni dettagli all’interno del modulo e per certi versi anche l’interpretazione dello stesso. Sempre il possesso-palla come dogma, ma con un pizzico di aggressività e verticalità in più. L’intensità è una componente imprescindibile per Guardiola, in entrambe le fasi.
Letale quando ha spazi per ribaltare l’azione, il Barça ama aggredire l’area con molti uomini a difesa avversaria schierata: mai meno di due uomini pronti a ricevere il traversone o il passaggio filtrante nell’area piccola (il centravanti e una delle due mezzeali che costantemente a turno si inserisce).
Ricerca della superiorità nella finalizzazione quindi, la quale deve essere strettamente collegata a una marcata superiorità ad inizio azione: è questo un aspetto che il Barça di Guardiola ha pure accentuato rispetto a quello di Rijkaard. I difensori come primi costruttori della manovra, perché non ha proprio senso affidarsi a rigide specializzazioni se si intende attaccare in blocco nella metacampo avversaria, altrimenti appena ti bloccano i centrocampisti non riesci a costruire più nulla. Moltiplicare le fonti di gioco per avere sempre uno sbocco dal quale far passare pulito il pallone e attivare linee di passaggio: ancora più marcato il ruolo dei difensori centrali di Guardiola perché non solo cambiano gioco verso le fasce per obbligare l’avversario ad allargare le maglie, ma perché più spesso di quanto non avvenisse nelle stagioni passate, i difensori centrali portano palla per far guadagnare metri a tutto il resto della squadra e anche per attenuare la marcatura avversaria sui centrocampisti.
Si può pure interpretare in questo senso l’insistenza di Guardiola sulla coppia Márquez-Piqué, con Puyol spesso dirottato a sinistra, anche quando il rendimento di Piqué non convinceva. I due migliori palleggiatori della difesa per avere il miglior inizio di manovra. Ad inizio azione, i due centrali partono generalmente larghissimi, per aggirare eventuali tentativi di pressing delle punte avversarie, e al tempo stesso per permettere a tutto il resto della squadra di installarsi in blocco nella metacampo avversaria. Alves si alza, le mezzeali si muovono a ridosso dell’attacco, pronte ad aggiungersi in fase conclusiva.
Se sia con Cruijff che con Van Gaal, il “4”, il regista davanti alla difesa, era la principale fonte di gioco, personificata dallo stesso Pep Guardiola giocatore, negli ultimi anni, Rijkaard compreso, questa figura ha subito una mutazione. Più stopper aggiunto che regista, più impegnato a coprire gli spazi vuoti in fase di non possesso che a elaborare l’azione. Il primo passaggio dei difensori centrali non è quasi mai indirizzato al Touré o Busquets di turno, questi intervengono soltanto successivamente, ed eventualmente, per dare continuità all’azione. Márquez (o Piqué) prova il cambio di gioco oppure serve Alves o Xavi, ma la giocata migliore è il passaggio che innesca subito Messi fra le linee. È a partire da Messi che si possono attivare al meglio sia Xavi, che deve giocare il più possibile fronte alla porta (quando si abbassa troppo per prendere palla dalla difesa, è il segnale che il Barça fatica a dare fluidità), e Alves, che allarga il campo e dà profondità a destra.
È a partire dal fittissimo dialogo fra questi tre giocatori, dalle loro combinazioni e dai costanti cambi di posizione, che il Barça costruisce la propria superiorità. Il fianco sinistro ha un peso molto più ridotto nell’elaborazione della manovra, funzionando più da “scarico” per quanto costruito dalla destra. Se a destra è Alves a preoccuparsi di dare ampiezza, sulla fascia opposta tale incombenza spetta ad Henry. Per allargare le maglie della difesa avversaria e liberare l’uno contro uno del francese, il Barça esegue in maniera ricorrente questo movimento: mentre Eto’o o chi per lui si muove fra i due difensori centrali, la mezzala sinistra (Iniesta, Gudjohnsen, Keita, Busquets) si inserisce fra il centrale e il terzino destro avversario, obbligando il terzino destro a stringere verso il centro, lasciando a Henry il tempo e lo spazio per ricevere il cambio di gioco (proveniente da Messi/Xavi oppure dal lancio di Márquez o Piqué) e puntare l’uomo. La stessa azione, in maniera speculare, può avvenire da sinistra verso destra, e in questo caso il movimento a “distrarre” il terzino avversario libera Alves, che in maniera non sporadica cerca il taglio senza palla direttamente dentro l’area avversaria (nel migliore dei casi partorendo capolavori come questo).
Una situazione meno ricorrente comunque, dato il minor peso che, come visto prima, ha il fianco sinistro nell’elaborazione della manovra. Fianco sinistro che comunque conta un po’di più da quando Guardiola negli ultimi due mesi si è deciso per l’inserimento in pianta stabile di Iniesta nel ruolo di mezzala sinistra. L’inserimento di un “jugón” del calibro di Andrés nel cuore del gioco invece che all’ala sinistra in alternativa a Henry, ha di per sé arricchito di alternative la manovra del Barça, ora più difficile da arginare rispetto a quando il solo trio Messi-Alves-Xavi monopolizzava le attenzioni avversarie.
Se il movimento a liberare Henry e Alves larghi risponde all’esigenza di scardinare difese che si schierano basse, quelle poche volte che l’avversario cerca di alzare la linea difensiva, il Barcelona cerca di giocare in controtempo, arretrando il centravanti in modo da chiamare fuori i centrali avversari e lanciare nello spazio per l’inserimento di una delle mezzeali o per il taglio in profondità dei due attaccanti esterni, specialmente Henry dalla sinistra. Una situazione di gioco della quale il Barça ha abusato nel 2-6 del Bernabéu (ma un altro esempio può essere il gol sempre di Henry nel 4-0 casalingo al Valencia), e che può essere ancora perfezionata.
Già accennato all’importanza fondamentale del movimento di Messi tra le linee. Questo è uno dei principali dettagli nei quali il 4-3-3 è variato nel passaggio da Rijkaard a Guardiola. Prima gli attaccanti esterni mantenevano una posizione esterna più pronunciata, e si accentravano spesso sì, ma solo per partire palla al piede dopo aver ricevuto palla larghi (Messi sotto Rijkaard) oppure per tagliare senza palla verso l’area (il vecchio Giuly). Ora Henry resta largo, mentre Messi molto più spesso si trova a ricevere palla in posizione già accentrata, fra il centrocampo e la difesa avversaria.
Una situazione cercata da Guardiola per introdurre un elemento di confusione nel sistema difensivo avversario togliendo punti di riferimento, e per conquistare al tempo stesso una superiorità numerica decisiva a centrocampo. Solo la vena realizzativa di Eto’o ha limitato Guardiola nell’insistere su una soluzione che si vede lontano un miglio che al tecnico blaugrana piace da matti, quella del “falso centravanti”. I due attaccanti esterni in partenza rimangono larghi, ma l’attaccante centrale (solitamente Messi, in qualche raro caso come nel 4-0 al Sevilla Iniesta) si stacca e va quasi a comporre un rombo con i tre centrocampisti. Una soluzione che, mentre espone i difensori centrali avversari alla minaccia del taglio di Henry ed Eto’o dalle fasce, toglie pressione a Xavi e Iniesta, agevolando la ragnatela di passaggi (se poi Piqué e Márquez superano già la prima linea avversaria ad inizio azione, Xavi e Iniesta respirano ancora di più). Una variante che può arricchire il gioco blaugrana in determinate circostanze, come nelle citate goleade a Madrid e Sevilla, e anche negli eccellenti primi tempi di Pamplona e Getafe.
Il Barça 2008-2009 però non sarebbe tale se non avesse ritrovato un equilibrio fra le due fasi. Sacrificio e sforzo collettivo quando il pallone ce l’ha avversario, il punto sul quale forse Guardiola ha insistito di più sin dalla pretemporada, indispensabile per rendere competitiva e “sostenibile” una struttura così offensiva. L’imperativo è evitare di essere costretti a ripiegare nella propria metacampo, dove le tre punte e la scarsa predisposizione dei centrocampisti non rendono comodo difendere. Quindi riconquistare subito il pallone, con la squadra ancora installata nella metacampo avversaria, pronta ad iniziare una nuova azione offensiva.
Pressing molto alto e aggressivo perciò: i tre attaccanti sono i primissimi difensori (e mediamente commettono più falli dei difensori), seguiti dalle due mezzeali e dal terzino che ha appena partecipato all’azione offensiva (generalmente Alves), il quale rimane altissimo, in una posizione a metà strada fra quella dell’ala e della mezzala della fascia di sua competenza. Non sempre è un pressing ordinatissimo, qualche volta è più indirizzato verso il pallone che mirato a un’esatta copertura degli spazi, però è un pressing che ha un certo impatto sulla maggioranza degli avversari. La gran parte dei difensori infatti non ha né la qualità né la personalità per uscire in palleggio e provare a eludere questa pressione, e così il Barça ottiene molte volte quello che desidera, una pronta restituzione del pallone tramite rilancio a casaccio oppure, meglio ancora, palla recuperata già sulla trequarti avversaria.
Superato però questo primo pressing però il Barça può soffrire, proprio perché la non sempre perfetta copertura degli spazi costringe a ripiegare correndo in tutta fretta verso la porta di Valdés. A questo punto più che all’organizzazione ci si affida alle doti individuali: l’allungo poderoso di Yaya Touré copre lo spazio alle spalle di Alves, mentre in seconda battuta interviene il difensore centrale destro (Márquez finchè era disponibile). Un’idea per fare male al Barça in questo caso può essere giocare con due punte che impegnino i centrali rendendo più difficili le chiusure laterali alle spalle di Alves (ma quasi sempre gli avversari del Barça giocano con una sola punta per avere un centrocampista in più in interdizione).
Qualche modifica Guardiola l’ha apportata anche sulle “palle inattive”. Rispetto all’era Rijkaard si considera maggiormente l’importanza di questi episodi per decidere una partita. Mentre gli anni scorsi il Barça batteva prevalentemente corti i calci piazzati dalla trequarti e dalle fasce, per riprendere a fare possesso-palla, quest’anno si è visto anche qualche schema più elaborato. Sui calci d’angolo non più la sola opzione del taglio di Márquez verso il primo palo (in cerca della conclusione diretta o del prolungamento verso il secondo palo), ma anche palle a centro area o verso il palo lungo che sfruttino i blocchi nell’area piccola (il gol di Puyol al Bernabéu), e, sulle punizioni, pure qualche furbata come il gol di Messi a Huelva (l’argentino parte dietro la barriera e in due tocchi viene smarcato a sorpresa a tu per tu col portiere).
Sui calci d’angolo nella propria area invece Guardiola ha implementato una marcatura a zona, quattro uomini all’altezza della linea dell’area piccola, un sistema che personalmente non adoro (anche se c’è chi l’ha applicato a meraviglia, vedi il Liverpool di Benítez o l’Almería di Emery l’anno scorso) perché esposto alle incursioni dei giocatori avversari che arrivano con maggior slancio sul pallone (mentre invece se tieni stretto l’uomo gli impedisci di arrivare con questo slancio). Non sempre impeccabile per concentrazione la difesa blaugrana in questa occasione, oltre che non particolarmente competitiva sul piano della stazza. È uno dei punti deboli dichiarati del Barça. Ed è l’aspetto al quale dovrà fare maggiore attenzione nella sfida contro l’Athletic.
Per la finale di domani, i blaugrana non hanno nulla da nascondere, sanno giocare solo in una maniera e quella cercheranno di imporre. Occupazione della metacampo avversaria e dominio del possesso-palla. Potenziare al massimo la fluidità di manovra (per questo utilizzerei Busquets al posto di Touré davanti alla difesa), alzare la linea difensiva, portare i terzini molto alti, spingere dietro tutto l’Athletic allontanando Llorente dal resto della squadra. Con la difesa molto alta, lontano dall’area avversaria e senza appoggi per le sue sponde, il centravanti basco rimane isolato. Al tempo stesso, difendere alto e recuperare il pallone lontano dall’area di Valdés diminuisce il rischio di calci piazzati nella propria trequarti e calci d’angolo, una situazione nella quale le forze fra le due squadre si eguaglierebbero (anzi, l’Athletic forse parte con un leggero vantaggio: in un certo senso, in scala minore, è lo stesso pericolo che presentava la gara col Chelsea).
Per scardinare il sistema difensivo dell’Athletic invece, insistere su Messi tra le linee perché l’Athletic tende a non coprire alla perfezione lo spazio fra difesa e centrocampo.
LA ROSA
Portieri
Víctor Valdés: Mai amato fino in fondo, però un buon portiere. Non perfetto tecnicamente, con gravi lacune nelle uscite alte, ma dotato di riflessi e agilità fra i pali, sa compiere interventi spettacolari e decisivi. Stagione complessivamente sottotono, periodicamente viene messo in discussione, ma poi sa essere determinante nelle occasioni cruciali (Stamford Bridge su Drogba, e anche la finale 2006 con l’Arsenal, quando venne proclamato “Eroe di Parigi”; direi che questo compensa ampiamente le incertezze che invece favorirono l’eliminazione col Liverpool nel 2007). Portiere di personalità, vagamente spaccone, fortissimo nelle uscite basse e nell’uno contro uno con gli attaccanti. Discreto coi piedi, anche se in carriera si è già scottato con qualche confidenza di troppo (i due gol regalati a Villa nel 2005-2006, quello servito su un piatto d’argento a De la Peña quest’anno).
Pinto: Arrivato nel Gennaio 2008, ha scavalcato Jorquera come secondo, giocando tutte le gare di Copa del Rey fino alla finale. Premio Zamora nel 2006 col Celta, è un portiere dai notevoli riflessi, capace di interventi spettacolari e di puro istinto, un po’meno apprezzabile sul piano della pura tecnica. Pessimo nel gioco coi piedi.
Jorquera: Secondo storico fino all’infortunio e all’arrivo di Pinto nella scorsa stagione, non troppo sicuro tra i pali, utile come libero aggiunto nelle uscite basse.
Difensori
Daniel Alves: Uno dei giocatori-chiave nel vertiginoso calcio offensivo blaugrana, non ha veri sostituti nella rosa (sarà questo uno dei ruoli in cui la società dovrà intervenire nel prossimo mercato). Il passaggio da Siviglia a Barcellona ha comportato un mutamento rilevante nel suo stile di gioco: a Siviglia era di fatto il regista della squadra, portava palla con ampia libertà di accentrarsi; a Barcellona, la presenza come compagno di fascia di Messi (portato anch’egli ad accentrarsi) lo ha costretto, per il bene della squadra, a un gioco più “asciutto”. Più sovrapposizioni senza palla, e movimenti prevalentemente sull’esterno: è lui a dare ampiezza sull’out destro.
Naturalmente, le caratteristiche tecniche e atletiche del giocatore restano quelle di sempre: dotato di una resistenza sbalorditiva, Alves è capace di farsi tutto il campo decine e decine di volte in una partita e, al 90’, mantenere la lucidità per tentare la giocata difficile. Gran controllo di palla e capacità di palleggio nello stretto, il brasiliano è portato per natura a cercare un dialogo costante palla a terra coi compagni più che limitarsi alla ricerca del cross. I suoi “tic”, la sua indole e il suo stile di gioco sono più quelli del centrocampista che quelli del laterale tipico. Ha un calcio secco e veloce, non sempre i cross e i tiri sono precisissimi, ma possono diventare difficili da contrastare per come la traiettoria si abbassa all’improvviso.
Difensivamente lascia un po’a desiderare, è molto reattivo nell’uno contro uno e rapido nei recuperi, ma è anche un po’ precipitoso nella scelta del tempo dell’intervento, e talvolta si fa sorprendere quando deve chiudere in diagonale sui cross dall’altra fascia. In campo è sempre sovraeccitato, sa farsi odiare come pochi per le continue sceneggiate e proteste.
Puyol: Il suo gioco si è sempre basato sull’esplosività e su riflessi fuori dal comune, per cui col passare degli anni qualche segnale di declino si vede. Qualche intervento in ritardo, non più insuperabile nell’uno contro uno, non più indiscutibile per la prima volta. Dirottato spesso a sinistra, o addirittura in alcune occasioni in panchina, da Guardiola, che gli ha messo davanti Piqué nelle gerarchie, resta comunque un giocatore importantissimo per il carisma, l’esperienza, la grinta e il mestiere difensivo che continua a evidenziare in certi salvataggi e recuperi D.O.C.
Piqué: La novità più lieta della stagione blaugrana. Figliol prodigo, da sempre accreditato di un potenziale notevole (chi lo ha seguito nelle nazionali giovanile spagnole lo sa bene, chi lo ha soltanto visto con la maglia del Manchester United un po’meno), la sua prima metà di stagione aveva suscitato non poche perplessità. Ci si chiedeva come fosse possibile che un cristone di quella stazza manifestasse tanta indecisione negli interventi, accompagnata a numerosi errori nei disimpegni, talvolta rilevanti ai fini del risultato. La svolta l’ha segnata l’amichevole Spagna-Inghilterra: prima convocazione in nazionale, del tutto immeritata, brutta prestazione… ma da quel momento Piqué non ha più sbagliato un colpo, un crescendo inarrestabile, fino a raggiungere livelli di autorevolezza quasi imbarazzanti.
Centrale prestante, ha il principale neo nella lentezza e nella visibile macchinosità dei movimenti, difetti costituzionalmente inguaribili, però guadagna sempre più punti in tutto il resto. Migliora sempre di più il piazzamento e la marcatura nel corpo a corpo con l’avversario, che agli inizi tendeva a essere un po’blanda. Fortissimo sulle palle alte in entrambe le aree, a suo agio anche nell’impostazione: di tanto in tanto rischia qualche sbavatura nei passaggi corti, però ha un cambio di gioco notevole di 40 metri, e non ha paura di avventurarsi palla al piede quando la situazione lo richiede. Notevole personalità, destinato a un ruolo di leader sia nel Barça che in nazionale.
Sylvinho: Terzino sinistro, ottimo rincalzo nelle scorse stagioni, ormai vicinissimo alla condizione di ex-giocatore, una specie di Salgado culé chiamato però agli straordinari per questo finale di stagione, vista la doppietta di squalifiche di Abidal fra finale di Copa e finale di Champions. Con l’età ha perso forza propulsiva, gli rimane una proprietà di palleggio sopra la media del ruolo, che fa sempre comodo per iniziare l’azione. Grande coordinazione nel tiro in corsa e al cross, non offre garanzie dal punto di vista difensivo, tatticamente e soprattutto fisicamente.
Cáceres: Investimento estivo pesante, ma progetto più a medio-lungo termine, Guardiola lo ha utilizzato molto poco, fino a preferirgli addirittura un improvvisato Touré difensore centrale a Stamford Bridge. Centrale (ma può essere utilizzato anche da terzino, sia a destra che a sinistra) dalle grandissime potenzialità, ma ancora da sgrezzare. Per l’esplosività, l’agilità e l’istintività ricorda Sergio Ramos: grande stacco, velocità e mezzi atletici da privilegiato, ancora non utilizzati al meglio. Deve crescere tantissimo dal punto di vista tattico e della concentrazione, tende a perdere la posizione e a lasciarsi andare a interventi scomposti e ingenui. Nelle partite giocate finora in maglia blaugrana, ha mostrato un certo impaccio quando chiamato ad impostare dalle retrovie.
Abidal: Salterà l’ultimo atto sia della Copa che della Champions. Non proprio un idolo del Camp Nou, ben difficilmente si stacca da una dignitosa sufficienza. La sua utilità, comunque da non sottovalutare, è esclusivamente difensiva. Fisicamente è un prodigio, grande elasticità ed esplosività muscolare, velocissimo nei recuperi, attento nelle chiusure diagonali in aiuto ai centrali e puntuale nel pressing. In fase di possesso invece è un giocatore del tutto alieno a ciò che richiede la filosofia di gioco del Barça: ha polmoni e corsa per sovrapporsi mille volte a partita, ma non ha tocco e nemmeno istinto offensivo. Difficilmente l’azione progredisce quando passa dai suoi piedi, la rallenta, si limita a giocate semplici e quando va al cross è spesso impreciso. Utilizzabile anche come centrale, il suo ruolo di inizio carriera, anche se è subentrata un po’ di disabitudine.
Márquez: Assenza di fine stagione, pesantissima. Il miglior difensore della Liga e uno dei migliori al mondo nell’impostare, un centrocampista in più per la sicurezza con cui avanza palla al piede e la precisione dei cambi di gioco verso le fasce. Ma non è solo questo: il messicano è anzitutto uno straordinario leader difensivo, con una lettura delle situazioni che ha pochi rivali. Non ha un fisico particolarmente prestante nè grande velocità, ma si impone sempre senza affanni, perché anticipa le intenzioni, stronca sul nascere i pericoli. Tiene la linea difensiva altissima con enorme sicurezza, accorcia, chiude e risolve numerose situazioni potenzialmente scabrose alle spalle di Alves. La magnifica scelta di tempo (anche quando stacca nell’area avversaria) frutta interventi il più delle volte pulitissimi; buon battitore di punizioni quando gli altri tiratori gli lasciano spazio (un gran gol in Copa del Rey al Mallorca).
Gabriel Milito: Infortunato tutta la stagione, non si conosce il termine preciso della sua assenza e la cosa preoccupa. La sua prima stagione era stata molto convincente: centrale mancino di personalità, a meta strada fra Márquez e Puyol come caratteristiche, gran tempismo negli anticipi, rapido sul breve ma un po’in difficoltà contro attaccanti dall’allungo poderoso. Grande elevazione, tuttavia soffre quegli attaccanti fisici che mettono il corpo fra lui e il pallone (caratteristica che lo accomuna a Puyol).
Centrocampisti
Yaya Touré: Iniezione di centimetri e muscoli nel cuore del centrocampo. Importante per la fisicità, mai pienamente convincente come creatore di gioco davanti alla difesa. Non che gli manchi la tecnica o il tocco di palla come crede qualcuno, solo gli mancano i tempi, il senso del gioco e i movimenti del classico “4” blaugrana. Spesso troppo statico nella sua zolla di campo, raramente si libera del pallone in uno-due tocchi, e talvolta ricorre a percussioni palla al piede un po’forzate per uno del suo ruolo, per quanto in alcuni casi l’effetto-sorpresa sia dalla sua. Discreto lancio profondo, ma la stazza lo rende un pochino macchinoso nei primissimi istanti della giocata. Poderoso nei contrasti, non ha un gran senso della posizione, ma la sua falcata sulla lunga distanza è molto preziosa quando si tratta di realizzare coperture delicate nella metacampo difensiva (è lui il primo “correttore” di Alves). Tremenda bordata dalla lunga distanza, in realtà il suo ruolo sarebbe quello di incursore, mezzala a tutto campo con libertà di inserirsi (dove ha messo un bel gruzzolo di gol al Monaco), ma il passaggio al Barça ha richiesto una riconversione tattica.
Xavi: La bussola è sempre al suo posto, e ci mancherebbe. Guardiola gli ha accordato una fiducia se vogliamo ancora superiore a quella di Rijkaard, spremendolo come pochi altri nella rosa e creandogli il contesto ideale per esprimere il suo miglior calcio, che in questa stagione è arrivato copioso.
Parliamo di contesto perché Xavi è un giocatore fortemente dipendente da questo: il suo calcio richiede numerose opzioni di passaggio, compagni proiettati in avanti e pronti a smarcarsi, e un baricentro della squadra molto alto, che gli consenta di concentrarsi esclusivamente sulla creazione del gioco, risparmiandogli quei ripiegamenti nella propria metacampo per i quali non è proprio portato, dal punto di vista attitudinale e atletico. Condizioni che ha ritrovato tutte quest’anno, e che gli hanno consentito di trovare con frequenza pure la via del gol (6 nella Liga), muovendosi con tanta costanza a ridosso dell’area avversaria.
Xavi è “Made in La Masia”, è impensabile in una filosofia di gioco che non sia quella blaugrana, tutta basata sul possesso-palla. La magnifica gestione del pallone (impossibile toglierglielo quando fa scudo col corpo e si gira su sé stesso), la capacità di scegliere sempre l’opzione giusta e di padroneggiare i tempi del gioco, la precisione millimetrica dei passaggi lo convertono in uno dei migliori organizzatori di gioco del calcio mondiale.
Il suo limite è questo: può gestire ma non può cambiare bruscamente copione, sa scegliere la migliore opzione ma non sa crearne di nuove dal nulla. Dipende dalla squadra e non ha la capacità di un Iniesta di risolvere individualmente. Privo di cambio di ritmo, atleticamente “demodé”, è tutto piedi e cervello. Basta e avanza.
Keita: Primo ricambio per le mezzeali (ma Guardiola in alcune occasioni lo ha adattato davanti alla difesa, o da terzino sinistro in situazioni di totale emergenza come l’inferiorità numerica di Stamford Bridge), piena sufficienza, forse leggermente meno utilizzato di quanto ci si potesse aspettare l’estate scorsa. Mancino, discreta intelligenza tattica, enorme resistenza e dinamismo, si muove fra le due aree con grande facilità di corsa. Elegante e dalle geometrie semplici ma precise, è uno specialista delle incursioni, forte di un tiro secco e potente dalla lunga distanza e di un ottimo gioco aereo. Forse il gioco del Sevilla lo esaltava di più nel suo dinamismo a tutto campo, mentre nel Barça si trova necessariamente a giocare su velocità più basse e in spazi più ristretti, senza quello slancio ideale per le sue caratteristiche.
Busquets: L’altra novità della stagione con Piqué, su livelli superbi nella fase centrale della temporada, ora tira un po’il fiato e paga l’inesperienza, fisiologico alla prima stagione da professionista (che gli ha già fruttato l’esordio in nazionale). Promettentissimo “pivote” davanti alla difesa o mezzala (il ruolo dove ha prevalentemente giocato nel Barça Atlétic con Guardiola), spiccata intelligenza tattica, a momenti sembra guidato da un radar. In fase di possesso si completa con Xavi e Iniesta meglio di quanto non faccia Touré, si libera del pallone, si muove e lascia lo spazio al compagno perché possa ricevere fronte alla porta e dare continuità alla manovra. Utilizza sempre il minimo indispensabile di tocchi, è preciso, geometrico ma anche capace di difendere il pallone e liberarsi con giocate d’alta scuola nello stretto quando viene pressato (sebbene non sia rapidissimo col pallone tra i piedi, riesce a proteggerlo bene).
Difensivamente, è superiore a Touré come senso della posizione, ma molto inferiore sul piano atletico, certi recuperi dell’ivoriano sono fuori dalla sua portata. Preferisce rubare palla con l’intuizione piuttosto che giocarsela sul corpo a corpo. Molto prezioso nel pressing quando gioca sulla linea delle mezzeali. Le sue capacità di lettura del gioco, il saper scegliere il tempo e lo spazio giusti, fanno pensare che da mezzala potrebbe pure segnare un buon numero di gol, anche se al momento non è molto portato all’inserimento offensivo.
Gudjohnsen: Dopo tre stagioni lo si può dire: bocciato. Guardiola gli ha dato una fiducia insospettabile la scorsa estate, coinvolgendolo nel turnover del centrocampo (in misura persino eccessiva se lo rapportiamo col trattamento riservato a Hleb), ma il saldo è sicuramente negativo. Troppo lineare da centrocampista per quello che è il gioco del Barça, si limita a generosità, corsa e qualche buon inserimento nell’area avversaria (è forse soprattutto quest’ultimo aspetto che ha spinto Guardiola a tenerlo in considerazione), ma giocare da centrocampista in questa squadra implica una complessità superiore, la capacità di alternare più ritmi oltre che un trattamento del pallone estremamente raffinato. Il ruolo ideale dell’islandese sarebbe quello di seconda punta (portata alla manovra e dal repertorio relativamente completo), non previsto nel modulo blaugrana.
Iniesta: Un infortunio muscolare lo ferma sul più bello, privandolo della finale di Copa del Rey e mettendolo in serio dubbio per quella di Champions, proprio quando si stava affermando come il giocatore più brillante e determinante del Barça in questo finale di stagione.
Giocatore enciclopedico, coniuga disciplina e fantasia, umiltà e ambizione, la continuità di rendimento all’estro capace di decidere le partite. Utilizzabile indifferentemente da mezzala (ma con Rijkaard anche davanti alla difesa in poche occasioni), da trequartista o da attaccante esterno nel tridente (decisamente più comodo partendo da destra che da sinistra), rappresenta l’evoluzione più offensiva del prototipo del regista di scuola Barça. Non ha mandato in pensione Xavi come previsto a suo tempo da Guardiola perché è diventato qualcosa di diverso e più grande, un giocatore non solo geometrico e dotato di visione di gioco, ma capace anche di scardinare le difese avversarie con iniziative palla al piede, di imprimere l’accelerazione decisiva sulla trequarti. È il primo controllo, forse nemmeno inferiore a quello di Messi per nitidezza, a fare la differenza nel suo calcio: quello gli regala un vantaggio decisivo sugli avversari, e l’opportunità di sbucare anche negli spazi più angusti. Micidiale quando buca la seconda linea avversaria in percussione, un tormento per i terzini quando parte largo, perché in corsa muove costantemente il pallone tenendolo incollato e non sai mai da che lato cercherà di dribblare. Ha uno spunto esplosivo nei primi metri, ed è più forte e resistente di quanto possa sembrare a prima vista. Grande visione di gioco, grandi intuizioni in rifinitura, ma eccessivo altruismo quando si tratta di finalizzare. Non irresistibile nemmeno il tiro e il calcio a lunga gittata: il golazo di Stamford Bridge in questo senso rappresenta una felicissima eccezione.
Víctor Sánchez: Canterano sperimentato nelle tre competizioni, un tuttofare, indifferentemente mezzala, difensore centrale e terzino destro. Per quel poco visto, non ha convinto: dinamismo sì, duttilità e intelligenza tattica anche, ma piedi e visione di gioco insufficienti.
Attaccanti:
Messi: Il finale di stagione poco brillante, un po' col fiatone, non può far passare in secondo piano il ruolo DOMINANTE rivestito. Senza infortuni di mezzo, uno show continuo che ne ha segnato la maturazione definitiva, se non il miglior giocatore del mondo siamo lì. Sottolineo “giocatore”: è in questa stagione infatti che Messi ha completato la trasformazione da solista già devastante (nessuno ha il suo dribbling, proprio nessuno, è capace di far fuori da solo un’intera difesa schierata, è questo sostanzialmente l’aspetto che ha giustificato il paragone con Maradona) in uomo-squadra completo, capace non solo di fare la voce grossa in zona-gol (23 gol in Liga, 8 in Champions, momentaneo capocannoniere, 5 in Copa del Rey), ma anche di capire che delle volte un movimento intelligente o un semplice tocco nel momento e nella zona di campo giusta può essere più efficace di una sfilza interminabile di dribbling. Guardiola gli ha ritagliato un ruolo di maggior responsabilità sulla trequarti: non è più soltanto un attaccante che parte dalla destra e si gioca l’uno contro uno, ma cerca una posizione fra le linee a partire dalla quale combinare coi centrocampisti e rifinire per gli altri attaccanti. Può tuttavia ancora migliorare nella finalizzazione: il tocco di palla non è maradoniano ma è comunque di prim’ordine, e un giocatore della sua classe dovrebbe optare molto di più per la conclusione di precisione invece che per la pura potenza, come ancora troppo spesso Messi fa.
Eto’o: Non era previsto in questo Barça 2008-2009, Guardiola lo voleva tagliare, ma i compagni hanno spinto forte per la sua permanenza e il tecnico ha ripiegato sul buonsenso, conscio del fatto che sul mercato è molto difficile trovare pari garanzie realizzative. Sono arrivate caterve di gol, 28 nella Liga finora, accompagnate però a una strana sensazione: per la prima volta da quando è al Barça, Eto’o davvero non pare più così imprescindibile. Aumentano i gol ma paradossalmente diminuisce nettamente l’incidenza sul gioco rispetto agli altri anni: sempre più estraneo alla manovra (spesso a partita in corso gli viene preferito un falso centravanti come Messi per ottenere un maggior dialogo col centrocampo), in questa stagione il suo contributo, pure importantissimo, si è limitato alla sola apparizione in zona-gol. Resta comunque un animale offensivo di rara pericolosità: l’ipervelocità lo rende letale per ogni difesa che provi ad alzarsi appena, la verticalità e profondità che imprime negli ultimi metri sono devastanti. Non un finissimo palleggiatore ma tecnicamente a posto, il suo è un calcio di contagiosa istintività: mezzo metro e si inventa una conclusione di prima intenzione che ti incenerisce, agilità da coguaro e rapidità da cobra. Al di là del dato tecnico, il suo vero valore aggiunto è sempre stato l’ambizione: un giocatore incredibilmente competitivo, talvolta sgradevole in certi suoi eccessi, ma che prende sempre di petto le situazioni. Grande spirito di sacrificio, primo difensore per il pressing incessante che porta sull’inizio dell’azione avversaria.
Bojan: In via di maturazione, non va caricato di responsabilità ma gli va tenuto sempre aperto uno spiraglio per un posto da titolare in futuro, come è stato per Iniesta qualche anno addietro. Stagione non facile, dopo la prima da professionista in cui tutto è rose e fiori, la seconda per i giovanissimi prevede quasi sempre una flessione. A disagio per lo scarsissimo utilizzo e abbastanza impacciato nei primi mesi (eccetto la tripletta di Basilea in Champions), ha avuto invece un ruolo di rilievo in Copa del Rey, sempre titolare e con 4 gol. Per questo dovrebbe essere premiato col posto da titolare nella finale con l’Athletic, oltre che per le assenze di Henry e Iniesta.
Bojan ha talento e intuito negli ultimi metri, ma è ancora un po’troppo acerbo per pesare sulle partite come si deve. Ha migliorato negli ultimi mesi la partecipazione alla manovra, è mobile e intelligente nel cercarsi lo spazio e nello scegliere il tempo per scattare sul filo del fuorigioco, ma perde quasi sempre il contrasto col difensore avversario e viene recuperato con relativa facilità sulla lunga distanza. Buono tecnicamente, rapido nell’esecuzione, deve guadagnare potenza anche al tiro. Opportunista, mediocre gioco aereo. Adattato spesso alla posizione di attaccante esterno, non è un ruolo che gli si confà (gli manca il dribbling secco da fermo).
Hleb: La scommessa persa. Investimento pesante, vanificato da una gestione poco comprensibile da parte di Guardiola. Lo conoscevamo all’Arsenal come un centrocampista offensivo che ama restare sempre nel vivo del gioco, ma la scelta di Guardiola di emarginarlo all’ala, ora come rincalzo di Messi a destra ora come terza scelta a sinistra, lo ha fortemente penalizzato, fino a farlo diventare in pratica un uomo in meno nella rosa. Davvero non si capisce com’è che Guardiola non lo abbia MAI provato dal primo minuto nel ruolo di mezzala (di Hleb in posizione centrale, si ricorda soltanto una buona prestazione da falso centravanti nel 4-0 casalingo al Valencia), sarebbe stata una carta in più nel turnover, un’alternativa di livello per dipendere meno da Iniesta.
Da parte sua il bielorusso ci ha messo un certo conformismo, confermando un carattere non proprio di ferro, lasciandosi trascinare da questa situazione e offrendo prestazioni il più delle volte mediocri. Non ha trovato una sintonia con gli altri palleggiatori blaugrana, gioca sempre a mille all’ora, a testa bassa, quando invece il gioco del Barça esige più “pausa”. Spesso fa la scelta sbagliata, va in azione personale quando non deve o cerca il passaggio quando invece occorre affondare, sintomo di confusione e mancanza di serenità. Peccato perché le caratteristiche del giocatore sono più che mai “da Barça”(rafforzate anche dall’esperienza all’Arsenal, dove si gioca un calcio simile): grande velocità, resistenza e generosità, Hleb si esalta nel dialogo palla a terra, svariando su tutta la trequarti. Capace di percussioni palla al piede molto insidiose, pecca quasi sempre al momento della conclusione, o per eccesso di altruismo oppure per la debolezza del tiro (è destro, ma calcia male anche con l’altro piede).
Henry: Assente nella finale di Copa del Rey, incerto per quella di Champions. Ricostruito nel morale da Guardiola dopo la prima grigia stagione in maglia blaugrana, ha finito col diventare un giocatore importantissimo nella sua nuova dimensione di gregario di lusso. Diciannove gol in campionato, cinque in Champions, ma ciò che più conta, la capacità di adattarsi alle esigenze della squadra. Ciò che è richiesto all’Henry del Barça si differenzia nettamente rispetto a ciò che era richiesto all’Henry dell’Arsenal: lì era la punta più avanzata, con libertà di svariare, spesso si allargava a sinistra per cercarsi l’uno contro uno e le occasioni migliori; al Barça gioca sempre a sinistra, ma ha l’obbligo di fare la fascia, arriva in area di rigore con molti più metri nelle gambe, e ha consegne tattiche molto più rigide. È lui a dover restare sempre largo per aprire la difesa avversaria: questo gli toglie chances per brillare un po’di più in zona-gol, ma beneficia l’azione offensiva nel suo complesso. È inoltre sempre lui a dover ripiegare come un tornante quando la fase di non possesso lo richiede, compito che sbriga con ammirevole dedizione.
Ha perso i picchi di velocità incontenibile dei tempi migliori, ma resta un giocatore molto pericoloso quando ha l’opportunità di puntare l’avversario in dribbling. Dal vertice sinistro dell’area di rigore, la sua azione classica prevede due alternative: o fintare il tiro e andare via sul sinistro per cercare il fondo, oppure l’amatissima conclusione a girare verso il secondo palo con l’interno del destro. Poderoso allungo, grande eleganza nella corsa e nel gesto tecnico, qualche défaillance di troppo invece davanti al portiere: i gol sono tanti, ma anche le occasioni sbagliate non scherzano, un po’perché arriva a corto di lucidità in zona-gol, un po’perché al contrario di Messi abusa della conclusione morbida a scapito della concretezza.
Pedro: Conosciuto fino alla scorsa stagione come “Pedrito”, il 21enne canario ha trovato spazio da titolare nel preliminare di Champions, nella partita di ritorno della fase a gironi con lo Shakhtar e in due gare di Liga contro Racing e Valladolid. Guardiola se l’è tenuto come ultima opzione offensiva perché unica ala di ruolo in tutta la rosa. Senza sbalordire, Pedro fa il suo: parte largo, detta il passaggio in profondità, si smarca senza palla e ha un buon uno contro uno. Leggero e molto rapido nel gioco di gambe sul breve, ha il vantaggio di essere praticamente ambidestro, quindi ha sempre due lati sui quali poter rientrare. Nel giro dell’Under 21.
Athletic, di Edoardo Molinelli.
Se i risultati ottenuti fossero l’unico metro di giudizio per stimare il lavoro di un allenatore, di certo Caparros dovrebbe ricevere solo elogi per come ha condotto l’Athletic nelle ultime due stagioni. Due salvezze centrate con largo anticipo, senza troppi problemi, e una finale di Copa del Rey raggiunta dopo 25 anni di assenza dei biancorossi dall’atto conclusivo di tale manifestazione sono medaglie che risplendono in maniera accecante sul petto del generale Jokin, specie alla luce delle tribolatissime stagioni che hanno preceduto il suo insediamento a Bilbao.
Rifuggendo dalla logica tipicamente italiana del risultato, che porta ad isolare solo l’aspetto più evidente, ancorché decisivo, del percorso di un tecnico, è tuttavia impossibile non notare che alcuni degli obiettivi a lungo termine che erano stati fissati dalla dirigenza non sono stati del tutto soddisfatti. In particolare, la gestione Caparros si è distinta finora per la totale assenza di un gioco riconoscibile, una sorta di marchio di fabbrica che permetta agli appassionati di riconoscere lo stile e l’approccio della squadra a prescindere dal contesto di una singola partita.
Come gioca l’Athletic? In tutta franchezza, dare una risposta tecnicamente ineccepibile non è facile, tutt’alto. Cominciamo dicendo che lo schema unico praticato dai biancorossi è un 4-4-2 rigidissimo, nel quale ogni giocatore è tenuto a mantenere la propria posizione in maniera quasi scolastica. In fase di non possesso, le due ali rientrano ben oltre la propria metà campo per aiutare i terzini e uno dei due mediani (di solito Javi Martinez, più veloce e reattivo del collega Orbaiz) è sempre pronto ad abbassarsi fin dentro l’area se il pressing nel settore centrale del centrocampo viene aggirato; l’altro pivote resta qualche metro più avanti, pronto a far partire l’azione di rimessa e a cercare Llorente, che solitamente rimane il riferimento offensivo più avanzato e centrale, mentre la seconda punta parte da una delle due fasce. La tattica difensiva di Caparros prevede pertanto la quasi totalità dei giocatori dietro la linea della palla e l’unica discriminante diventa il tipo di pressing portato dai suoi: se l’Athletic deve aggredire, la linea difensiva si alza e la pressione sui portatori di palla avversari inizia fin dalla loro trequarti, altrimenti i rivali vengono aspettati dentro la metà campo biancorossa (questo avviene soprattutto quando i Leoni si trovano in vantaggio). Inutile sottolineare come il gioco di rimessa sia quello più gradito ai bilbaini, che possono in tal modo ovviare con l’aggressività e i ribaltamenti veloci alle gravi carenze in fase di manovra che palesano da quando il tecnico di Utrera siede sulla loro panchina. Non sono più i tempi di Valverde, che giocava con un 4-2-3-1 capace di un’intensità straordinaria in fase offensiva e di grande armonia nei movimenti senza palla e nella distribuzione della stessa, anche se, a ben guardare, per com’è costruita questa rosa lo schema ad un’unica punta sembrerebbe il migliore (i reduci dell’era-Txingurri, peraltro, sono ancora parecchi). Caparros non è di questo avviso e ha sempre imposto il suo schema preferito come una specie di dogma, sacrificando sull’altare del 4-4-2 la qualità di Yeste trequartista, le maggiori opzioni che si aprirebbero ad un’ala come Susaeta se solo giocasse qualche metro più avanti e la possibilità per Llorente di giostrare come attaccante unico, referente assoluto per i cross e gli assist dei trequartisti. L’utrerano non ha mai neppure provato una tattica del genere e ha sempre preferito giocare con le due punte, confermando il vecchio adagio secondo il quale la pericolosità e il peso offensivo di una squadra non dipendono necessariamente dal numero degli attaccanti schierati sul terreno verde. Non basta, infatti, aggiungere un altro elemento in avanti se poi la manovra si sviluppa secondo direttrici limitate e pure piuttosto scontate, facilmente prevedibili da avversari attrezzati in maniera adeguata sul piano tattico e ben organizzati in fase difensiva. Il gioco dell’Athletic è di lettura piuttosto semplice per le squadre rivali perché si sviluppa essenzialmente su due assi: la fascia destra, sempre alta di giri grazie alle percussioni instancabili di Iraola e alla buona intesa che questi crea con l’ala di riferimento, e il corridoio centrale verso Llorente, percorso sia attraverso il lancio lungo dalla difesa (definizione gentile del termine “pallonata”) che tramite il dialogo palla a terra. Non proprio una grande varietà di soluzioni, insomma. Per fortuna dei Leoni, quest’anno Nando è stato immarcabile per molte coppie centrali della Liga, anche di pregio, e le sue prestazioni sono sempre state all’altezza, non solo dal punto di vista dei gol fatti ma anche della capacità di creare spazi e di far segnare i compagni con le sue spizzate e le sue sponde intelligenti; proprio in questa pesantissima incidenza sul gioco della squadra, più che nel numero delle reti segnate, risiede l’importanza fondamentale di Llorente nell’economia del gioco biancorosso: disinnescare lui significa togliere all’Athletic il 70/80% di potenziale offensivo, e ormai qualunque allenatore iberico lo sa. Il difetto principale di Caparros è stato il non riuscire a studiare soluzioni alternative alla ricerca ossessiva del suo numero 9, al netto di una ristrettezza nel parco attaccanti di cui bisogna sempre tenere conto: è in questa mancanza di schemi e di alternative che risiede la critica principale mossa all’utrerano da parecchi mesi a questa parte, da quando cioè anche i sassi si sono resi conto che questa squadra si regge su qualità che esulano completamente dall’aver sviluppato un’idea di gioco personale.
I Leoni sono la squadra forse più umorale della Liga e non a caso il loro percorso in campionato somiglia ad un tracciato di montagne russe: un saliscendi continuo, un alternarsi senza sosta di cadute fragorose e grandi imprese che non facilita il compito di chi deve giudicare l’annata dei bilbaini. Ciò è dovuto principalmente al fatto che i biancorossi hanno giocato “di pancia” più che di testa, lasciandosi spesso guidare dalle emozioni e dalla spinta del pubblico e non dal freddo raziocinio di schemi e alchimie tattiche collaudate; nei momenti migliori l’Athletic ha così ottenuto risultati fantastici (uno per tutti, il 3-0 della semifinale di ritorno rifilato al Siviglia), ma ha poi finito per perdersi ogni volta che le energie mentali diminuivano d’intensità. Questa stretta dipendenza da fattori psicologici ed emozionali si riflette senza dubbio sul gioco della squadra: quando i Leoni sono in giornata-sì attaccano a folate continue, specie sulle fasce, pressano senza soluzione di continuità e costringono spesso gli avversari nella loro metà campo, annichilendoli con una ferocia agonistica che tocca punte di puro furore; risulta chiaro, però, che situazioni del genere non possono durare nel lungo periodo (spesso non durano neppure per una partita intera…) ed ecco spiegati certi blackout a prima vista incomprensibili, forieri di prestazioni oscene anche a seguito di brillanti vittorie o di primi tempi eclatanti. Ovviamente la squadra palesa enormi difficoltà quando non riesce a trovare la giusta sintonia col match, ovvero nel momento in cui, esaurita la carica agonistica, una compagine decente dovrebbe iniziare a masticare calcio, per quanto semplice possa essere. L’Athletic raramente lo fa e non perché non abbia dei buoni palleggiatori, che nella rosa ci sono eccome; semplicemente, il suo tecnico li tiene isolati e senza raccordi tra loro, impedendo di fatto il dialogo stretto a dei giocatori che potrebbero dare del tu al pallone. Emblematico, in tal senso, è il caso di Yeste che, nonostante sia l’unico elemento realmente disequilibrante del centrocampo basco, viene esiliato sulla fascia sinistra e si trova così lontano dal cuore pulsante del gioco, lui che potrebbe essere decisivo come pochi se solo giocasse centralmente e a ridosso dell’area avversaria. Fran rimedia talvolta a questa situazione seguendo l’istinto e accentrandosi, ed è proprio dai suoi movimenti a tagliare che nascono alcune delle situazioni più interessanti in fase offensiva, anche se la squadra paga i pochi inserimenti di Koikili e una mancanza generale di movimento senza palla che talvolta è quasi disarmante.
Gli unici a fornire opzioni di passaggio in fase di possesso, infatti, sono Iraola, Javi Martinez, la seconda punta (Toquero o Velez) e Llorente, il quale ogni tanto prova ad allargare la difesa spostandosi sulla fascia per fare spazio agli inserimenti da dietro o per tentare la conclusione da fuori. Gli altri si muovono pochissimo, ancorati come sono alle disposizioni di Caparros, e davvero non si comprende perché gli esterni debbano restare spesso appiccicati alla linea laterale quando avrebbero davanti una boa dai piedi buoni, capace cioè di triangolare con profitto tenendo la palla a terra.
Situazione disastrosa, dunque, in vista del Barcellona? Basandosi solo su un’analisi tecnico-tattica e sulla lettura della classifica, in cui i catalani hanno quasi il doppio dei punti dell’Athletic, parrebbe proprio di sì, ma per fortuna il calcio non è uno sport esatto e la sorpresa è sempre in agguato. E’ indubbio, tuttavia, che i Leoni dovranno giocare la partita perfetta per avere qualche possibilità, sperando nel contempo che gli uomini di Guardiola arrivino a questo appuntamento più spompati e confusi del solito.
Caparros ha due opzioni davanti a sé: difendere con 10 uomini dietro la linea di centrocampo, come ha fatto il Chelsea in Champion’s, oppure tentare la carta dell’aggressività e del pressing altissimo per soffocare la vena dei palleggiatori del Barça. Due tattiche diversissime e rischiose, ognuna a suo modo. Pensare solo a difendersi potrebbe essere poco salutare, visto che un gol i catalani possono sempre trovarlo (e comunque i difensori e i contropiedisti biancorossi non sono propriamente quelli del Chelsea…si rischia una figura da Bayern, più che altro), ma allo stesso tempo partire a cento all’ora fin dal fischio iniziale lascia presagire inquietanti scenari una volta che i giocatori abbiano esaurito le energie. Tre sono gli uomini chiave dell’Athletic: Koikili, che dovrà controllare Messi (auspico in tal senso una marcatura a uomo, stile Bosingwa al Camp Nou), Javi Martinez, che porterà il pressing sui centrali di centrocampo del Barcellona, e ovviamente Llorente, sul quale graverà quasi completamente il peso dell’attacco. Elementi importanti saranno Iraola e Susaeta, qualora dovesse giocare, senza dimenticare il lavoro sporco di Toquero, fondamentale per soffocare l’azione avversaria sul nascere. La variabile impazzita? Yeste, senza dubbio. E’ l’unico in grado di inventare qualcosa e senza dubbio “sente” moltissimo il match, lui che ha fornito le prestazioni migliori della sua carriera proprio contro le squadre più forti.
Inutile rimarcare che il Barça è il favorito d’obbligo, ma i Leoni non hanno nulla da perdere e pertanto potranno giocare con meno pressione. Speriamo che la partita non deluda le attese e che, a prescindere dal risultato, i 22 in campo ci regalino una partita epica come quella di 25 anni fa.
Buona finale a tutti!
Athletic uno per uno.
Iraizoz: portiere affidabile, di certo non è un fenomeno ma ha saputo trasmettere sicurezza al reparto arretrato dopo un paio di stagioni alquanto traumatiche. Dal punto di vista tecnico è piuttosto rivedibile, tuttavia possiede un buon senso della posizione e tra i pali è molto efficace, nonostante uno stile poco ortodosso. I suoi punti di forza sono l’agilità e i riflessi straordinari, mentre difetta in maniera spiccata nelle uscite alte e, più in generale, nel comando della propria area sui cross e in occasione dei calci piazzati. Attualmente è in buona forma e sta garantendo delle prestazioni discrete. E’ l’unico giocatore dell’Athletic, insieme ad Aitor Ocio, ad aver vinto in passato la Coppa del Re, anche se ovviamente con un’altra squadra (nel suo caso con l’Espanyol).
Iraola: eccezionale. Basta questo aggettivo per definire il terzino destro di Usurbil, sbarcato (era l’ora!) in nazionale in virtù di una stagione eccellente sotto tutti i punti di vista. Fatte le debite proporzioni, Iraola è quello che Maicon e Alves sono per Inter e Barcellona, ovvero un regista aggiunto e non solo un semplice fluidificante. Le azioni dell’Athletic partono spesso dai suoi piedi e costante è lo spostamento dell’azione offensiva sul settore destro, dove le doti tecnico-tattiche di questo straordinario giocatore non tradiscono mai la fiducia dei compagni. Corsa, capacità di palleggio, visione di gioco, discreto uno contro uno e destro educato: Andoni doveva solo imparare a difendere per migliorare ulteriormente, e si può dire che con Caparros sia progredito davvero molto sotto questo punto di vista. E’ il vicecapocannoniere della squadra e sarà senza dubbio uno dei pochi elementi che i catalani dovranno preoccuparsi di guardare a vista.
Aitor Ocio: chiamato l’anno scorso per tamponare le falle di una difesa colabrodo, l’ex del Siviglia ha disputato fin qui una temporada in tono minore dopo le buone prestazioni offerte nella sua prima stagione da cavallo di ritorno. Centrale molto esperto e forte di testa, sa guidare la difesa e ha un buon senso della posizione, tuttavia va sovente in difficoltà contro avversari tecnici e veloci a causa del passo lento e di una certa macchinosità che palesa nello stretto; ha bisogno di protezione, insomma, e se il centrocampo non accorcerà in modo adeguato sarà esposto a delle brutte figure contro l’attacco blaugrana. Come detto in precedenza, quest’anno ha avuto un rendimento al di sotto delle aspettative, soprattutto a causo di un evidente calo fisico e di un certo nervosismo (vedere per credere alcune espulsioni che ha rimediato) che ne hanno condizionato le prestazioni, ma si è ritrovato comunque titolare a causa dei perenni infortuni di Ustaritz e dell’ancor scarsa maturità di Etxeita. Ha vinto una Copa del Rey con la maglia del Siviglia e di certo la sua esperienza sarà fondamentale in questa partita, con tutta probabilità l’ultimo incontro importante che il vitoriano affronterà nella sua carriera.
Amorebieta: grandissimi mezzi fisici e poco sale in zucca. Questo, in poche parole, il ritratto perfetto del basco-venezuelano, un corazziere tanto fornito di forza, resistenza e prestanza atletica quanto poco provvisto di intelligenza calcistica e senso tattico. Amorebieta ha tutto quello che serve per essere un grande centrale: fisico imponente, stacco imperioso, velocità non disprezzabile nei recuperi, potenza nei contrasti e capacità di “farsi sentire” nel contatto ravvicinato con l’avversario; Madre Natura, purtroppo, non l’ha però provvisto di un’adeguata capacità di posizionamento (i buchi centrali che lascia l’Athletic sono spesso opera sua) e di quel senso della misura che distingue un buon difensore da un macellaio. Rude e rozzo oltre ogni limite, Nando picchia moltissimo e spesso a sproposito, facendosi notare per delle entrate assurde a metà campo o per degli interventi assassini che vedrebbe anche un miope; tecnicamente poco dotato, nonostante un sinistro non disprezzabile quando calcia lungo, palesa tutti i suoi limiti quando viene pressato e sparacchia in curva senza riflettere. Ottimo lo scorso anno, tanto che si scomodarono per lui osservatori del Liverpool e di altre squadre inglesi, in questa stagione ha faticato molto anche a causa di una forma mai del tutto trovata, e in parecchi hanno compreso che il centrale autoritario visto nella Liga passata è ancora di là da confermarsi. E’ comunque in ripresa e sicuramente un cuore Athletic come lui sarà più che carico in vista della storica finale di mercoledì.
Koikili: l’uomo atteso dal compito più improbo, marcare Messi, è forse anche quello che più incarna lo spirito di questa squadra. Fino all’anno scorso Koikili Lertxundi era infatti un giocatore sconosciuto, con trascorsi in Tercera e Segunda B del tutto irrilevanti; prelevato in estate dal Sestao River per rimpinguare le fila del Bilbao Athletic, venne incluso a sorpresa da Caparros nella rosa della Prima squadra e si guadagnò il rispetto di tutto il calcio spagnolo a suon di prestazioni eccellenti. Un ragazzo venuto dal nulla capace di imporsi in Primera grazie al lavoro, all’umiltà e all’abnegazione: quale miglior esempio delle caratteristiche morali che da sempre sostengono il club basco? Koikili è senza dubbio un calciatore particolare: ha un fisico piccolo e tozzo, retaggio evidente del suo passato di ex campione nazionale di lotta greco-romana, è duro nei contrasti ma sempre corretto, raramente polemico, spesso cavalleresco nei confronti degli avversari; il suo sinistro non è eccezionale, ma sa pennellare cross discreti per le punte e ogni tanto esplode delle gran bordate da fuori. Dal punto di vista tecnico è un giocatore di almeno una categoria inferiore rispetto al torneo in cui milita, ma riesce a mascherare le sue notevoli lacune con un modo di interpretare la gara generoso e improntato al sacrificio. La sua dedizione alla causa è assoluta, come dimostrato dall’atteggiamento ineccepibile tenuto a inizio stagione, quando faceva panchina per lasciare spazio a Balenziaga: Koi non si è perso d’animo e ha risposto solo in allenamento e sul campo, meritandosi il ritorno fra i titolari e questa finale che per lui, forse più che per gli altri, è un sogno divenuto realtà.
David Lopez: l’ex dell’Osasuna ha compiuto un percorso inverso rispetto ad altri compagni di squadra, migliorando cioè nella temporada attuale dopo aver disputato un primo campionato in biancorosso assai poco soddisfacente. Personalmente non è un giocatore per cui impazzisco, anche perché molto lontano, come caratteristiche, dalla mia idea di ala: scarsamente veloce, in possesso di un repertorio di dribbling assai limitato e poco dotato nel breve, il riojano è un esterno che fa della continuità di corsa il suo marchio di fabbrica; più quantità che qualità, dunque, anche se il suo piede destro è davvero degno di nota, capace com’è di servire grandi assist ai compagni e di battere ottimi calci piazzati. Elemento regolare e predisposto a dare una mano in fase di ripeigamento, non chiedetegli di inventare qualcosa o di dare una scossa al match con un’accelerazione improvvisa seguita da un paio di dribbling e un assist geniale; i blaugrana dovranno comunque diffidare dei suoi angoli e delle sue punizioni, che batte molto tagliati e con un grande effetto.
Orbaiz: quando Iñaki Saez, ex tecnico della Furie rosse, lo definì qualche anno fa uno dei migliori centrocampisti della Liga, in molti addetti ai lavori la pensavano come lui su questo regista classico, dotato di una visione di gioco eccellente, di un tocco pulito e di una capacità di aprire il gioco con pochi eguali nel massimo torneo spagnolo. L’Orbaiz attuale, tuttavia, è solo una copia sbiadita del mediano che formò una coppia stratosferica col mastino Gurpegi ai tempi di Valverde: due infortuni gravissimi ad entrambe le ginocchia ne hanno minato il fisico, riducendo di molto la sua velocità di passo già non eccelsa e togliendogli anche quel poco di dinamismo che ha sempre avuto. “Don Pablo” non ha perso la sensibilità del piede destro e la capacità di leggere il gioco con profitto, ma è indubbio che ormai riesca ad esprimere al meglio le sue qualità solo quando il ritmo di gara resta basso; non appena la velocità aumenta, infatti, le sue pecche fisiche vengono a galla e la lucidità che ha sempre dimostrato di possedere viene fatalmente annebbiata da una tenuta atletica quasi del tutto compromessa. Caparros lo schiererà titolare, sia perché è uno dei suoi fedelissimi, sia perché non vi sono altri registi di ruolo in rosa, tolto il quasi desaparecido Muñoz che il tecnico di Utrera ha mostrato chiaramente di non “vedere”: un rischio, visto il dinamismo del centrocampo blaugrana, ma difficilmente il tecnico azzarderà una mossa a sorpresa proprio in occasione della finale.
Javi Martinez: senza dubbio colonna di questo Athletic e tra i primi biancorossi per livello di rendimento, il giovane navarro ha disputato una stagione fin qui inappuntabile e ha compiuto un altro deciso passo avanti verso la maturazione definitiva. Javi Martinez non è un regista e neppure un mediano puro, bensì un centrocampista moderno nella piena accezione del termine, capace cioè di difendere e attaccare, di dare una mano in fase di contenimento e di appoggiare l’azione offensiva con medesima efficacia. Non è un fine palleggiatore, ha scarsa visione di gioco e tecnicamente non è un fenomeno, ma ha dalla sua uno strapotere fisico che gli permette di imporsi anche da solo nei confronti di linee mediane formate da due o tre avversari; in fase di ripiegamento assiste da vicino i difensori, ma quando parte l’azione di rimessa lo si trova subito in appoggio alle punte grazie alla capacità quasi prodigiosa di recuperare e di proporsi in avanti con progressioni imperiose, anche palla al piede (cosa di cui si dovrebbero ricordare molto bene i tifosi dell’Atletico Madrid). Quest’anno è finalmente diventato più consistente in zona-gol, mettendo a frutto nel migliore dei modi la capacità d’inserimento, lo stacco di testa e il buon tiro dalla distanza di cui è dotato. Mercoledì sarà fondamentale la sua azione di pressing sui portatori di palla blaugrana e dalla sua prestazione dipenderanno molte delle possibilità dell’Athletic di giocarsela fino in fondo con gli uomini di Guardiola.
Yeste: genio e sregolatezza allo stato puro, il fantasista di Basauri è l’elemento tecnicamente migliore della squadra, nonché il solo (insieme forse a Susaeta) a non sfigurare in un ipotetico confronto coi fantastici palleggiatori del Barcellona. Mancino educatissimo, fa quel che vuole con il pallone ed è capace di dribbling, assist e conclusioni da fuoriclasse vero; in carriera è stato convocato in nazionale, anche se non ha mai esordito a causa di un infortunio, e questo la dice lunga sul suo valore vista la concorrenza feroce che esiste in Spagna nel ruolo. Caparros, che lo sopporta soltanto, non ha mai voluto adattare il suo schema in funzione del numero 10, costringendolo a giocare come centrale nel doble pivote (posizione per la quale non ha la necessaria cattiveria agonistica) o defilato sulla fascia sinistra, tuttavia è innegabile che il calciatore abbia toccato i suoi livelli più alti giostrando da trequartista centrale in appoggio ad un’unica punta. Poco amato dal pubblico di Bilbao a causa della scarsa propensione al sacrificio e dell’intensa vita notturna, Yeste resta comunque l’unico biancorosso in grado di creare la superiorità numerica nel’uno contro uno e di mutare la partita con un’invenzione estemporanea; partirà probabilmente dalla sinistra, tuttavia è portato per natura ad accentrarsi e con questo movimento potrebbe anche creare qualche grattacapo ad una difesa blaugrana che giocoforza non sarà quella titolare. A differenza di molti fenomeni presunti, poi, Fran è un giocatore che si esalta nelle sfide difficili: è stato strepitoso, ad esempio, nella semifinale di ritorno col Siviglia, ma ora sta a lui dimostrare tutta la sua bravura nella partita più importante dell’anno.
Toquero: se fosse tanto forte con il pallone tra i piedi quanto è generoso e altruista in campo, senza dubbio sarebbe uno dei migliori giocatori del mondo… Strano caso di attaccante che corre dal primo all’ultimo minuto senza risparmiarsi mai, anteponendo il pressing ossessivo sui portatori di palla altrui alla ricerca della soddisfazione personale, Toquero è per questo motivo uno dei preferiti della tifoseria biancorossa, da sempre attratta più dai calciatori dediti anima e corpo alla causa che dai solisti dotati di tecnica sopraffina. Piedi di marmo, pochissima dimestichezza nel controllo e nella protezione della sfera, l’ex del Sestao basa il suo gioco sull’elettricità, sulle accelerazioni improvvise e sull’istintività, compensando la mancanza di fiuto del gol e una certa anarchia tattica con la buona velocità di cui è provvisto e con l’instancabile movimento che pratica rimbalzando come una trottola da un lato all’altro della linea difensiva avversaria. I numeri della sua stagione parlano chiaro (2 soli gol tra Liga e Copa da quando è stato riscattato dall’Eibar durante il mercato invernale), tuttavia Caparros lo ritiene fondamentale per la sua azione disturbatrice e anche mercoledì lo schiererà titolare, affidandogli il delicato compito di pressare i difensori blaugrana per impedire loro di far partire tranquillamente l’azione fin dalla propria trequarti.
Llorente: si è detto e scritto moltissimo su di lui quest’anno, cosa ovvia visto il rendimento stratosferico che il numero 9 dell’Athletic ha tenuto fin dall’inizio della stagione. Se la scorsa Liga c’erano state delle avvisaglie sulla presa di coscienza del giocatore nei propri (notevoli) mezzi, il campionato in corso ha sancito la sua definitiva maturazione ad alti livelli, cosa che finora era rimasta solo nei sogni dei tifosi biancorossi che proprio non volevano arrendersi all’idea che questo gigantesco centravanti fosse destinato ad essere ricordato come una promessa non mantenuta. Llorente aveva tutto: fisico da granatiere, tecnica non comune per uno con la sua stazza, stacco di testa, tiro preciso e buon dribbling, ma difettava enormemente nel carattere e nella fiducia in sé stesso, minato in ciò anche da un paio di stagioni segnate da incomprensioni con gli allenatori e da difficoltà generali di tutta la squadra. Una volta ottenuto credito da Caparros, Nando ha iniziato a carburare lentamente per poi esplodere con un fragore assordante, che ha attirato su di lui gli occhi di mezzo mondo. Attualmente il riojano (ma nativo di Pamplona) non è solo il terminale offensivo principale, per non dire unico, dei Leoni, ma è soprattutto il perno attorno al quale girano tutte le trame della squadra, sia quando l’azione si sviluppa palla a terra, sia quando i difensori o i centrocampisti decidono di ricorrere al pelotazo centrale. Quasi immarcabile dal punto di vista fisico, Llorente è bravissimo a prendere posizione e a tenere alta la squadra, ma sa essere pericoloso anche con incursioni palla al piede e con improvvise conclusioni da fuori. Sarà lui, l’uomo più pericoloso dei bilbaini, il sorvegliato speciale da parte del Barcellona, che sa bene come fermarlo significhi togliere agli avversari il 90% del loro potenziale offensivo.
Armando: secondo portiere di grande esperienza visti i 38 anni di età, non è stato lui a difendere la porta biancorossa in Coppa del Re, nonostante di solito in questa competizione si lasci all’inizio più spazio alle riserve. Anche fisicamente appartiene ad un’altra generazione (è alto 1,80 m, una miseria per gli estremi difensori moderni), tuttavia a dispetto di ciò e di uno stile piuttosto atipico risulta essere molto difficile da superare, in virtù dei buoni riflessi e della grande agilità di cui è dotato. Mai polemico, è il dodicesimo perfetto.
Ustaritz: bersagliato dalla sfortuna e da infortuni a raffica, questo promettente difensore centrale nella sua carriera non è mai riuscito a giocare con continuità e conseguentemente a proporsi per una maglia da titolare. Un peccato, senza dubbio, perché ha caratteristiche molto interessanti e complementari a quelle di Amorebieta: buona velocità di base, senso dell’anticipo, posizionamento più che discreto e piede non disprezzabile. Rivedibile nello stacco di testa, fatica ad imporsi nella marcatura stretta di avversari molto fisici, ma in compenso se la cava egregiamente contro attaccanti tecnici e rapidi nel breve. Quest’anno ha giocato pochissimo a causa dei succitati infortuni, cosa che spiega le molte gare disputate dalla coppia Ocio-Amorebieta nonostante delle prestazioni non proprio all’altezza.
Balenziaga: il giovane terzino sinistro ex Real Sociedad aveva iniziato la Liga da titolare, strappando la maglia a Koikili e proponendosi come una delle grandi novità della stagione biancorossa. A conti fatti si può dire che non abbia convinto del tutto, altrimenti Koi non avrebbe riconquistato il suo posto tanto facilmente, anche se ha mostrato buone potenzialità e margini di miglioramento notevoli. Balenziaga dà senza dubbio il meglio di sé in fase offensiva: veloce e dotato di una buona tecnica di base, spinge sempre moltissimo e mette dentro cross a ripetizione, riuscendo a dare un’alternativa credibile all’iper-sfruttato asse di destra. Peccato che non sia altrettanto efficace quando c’è da ripiegare, e non a caso ha perso la maglia da titolare proprio a causa dei numerosi errori, soprattutto di concentrazione, che ha commesso in fase difensiva. Può essere un’arma tattica importante a partita in corso, anche come centrocampista sinistro.
Etxeita: è il terzo difensore centrale più utilizzato da Caparros e rappresenta una delle note più liete della stagione biancorossa. Classico marcatore di scuola basca, fa della potenza fisica e della rudezza del contrasto le sue armi principali, utili per compensare una tecnica non eccelsa e una scarsa propensione all’anticipo e alla giocata pulita; Etxeita possiede un buon senso di posizione e un discreto stacco, caratteristiche che lo hanno reso un elemento di sicura affidabilità e una valida alternativa ai titolari della difesa. Non è il nuovo Goikoetxea ma neppure una brutta copia di Sarriegi, cosa non da poco se si ripensa alle annate da incubo vissute recentemente dal pacchetto arretrato dei Leoni.
Gurpegi: la stagione del rientro vero e proprio è stata avara di soddisfazioni per il mediano navarro, colpito da infortuni più o meno gravi (si è rotto per ben due volte il naso, ad esempio) e apparso a sorpresa coinvolto solo marginalmente nei piani di Caparros, che pure aveva parlato di lui come elemento imprescindibile per la squadra. Il ventinovenne Carlos ha invece giocato poco, pochissimo da titolare, e non è mai riuscito a trovare quella continuità imprescindibile per riprendere confidenza con il ritmo partita dopo due anni di inattività. La grinta e il cuore sono sempre gli stessi, mancano semmai i polmoni e il passo di prima della squalifica: troppo poco per scalzare Javi Martinez dal ruolo di mediano, giacché la convivenza tra i due è apparsa da subito problematica a causa delle caratteristiche simili (il doble pivote formato da loro è sempre risultato piatto e monocorde, visto che non sono dei registi). Sarà pronto come sempre a dare una mano alla squadra, ma non era questo il ruolo che i tifosi avrebbero voluto per lui.
Susaeta: annata con più ombre che luci per il folletto di Eibar, che ha faticato non poco per confermarsi al massimo livello dopo le grandi prestazioni fornite all’esordio nella scorsa stagione. Una cosa normale per un giocatore giovane, specie considerando i buoni segnali lanciati nell’ultima parte del campionato, nel quale Susaeta è tornato a mostrare i numeri eccellenti con cui si era segnalato da subito al pubblico basco: dribbling secco, fantasia, grande tecnica e personalità spiccata, tutte caratteristiche che avevano fatto coniare per lui il soprannome di “nuova perla di Lezama”. Paragoni troppo affrettati, forse, ma resta indubbio che Markel sia un trequartista/ala molto interessante, capace di creare sempre la superiorità numerica e di sfornare cross al bacio e assist intelligenti per le punte. Occhio al suo destro liftato, specie sui calci di punizione dal limite. Se David Lopez non dovesse recuperare, a destra giocherà scuramente lui.
Gabilondo: non sarà della partita a causa del grave infortunio al ginocchio che ne ha sancito la prematura uscita di scena a marzo, lesione rimediata peraltro nel corso di un’amichevole col Bordeaux disputata in una pausa del campionato dedicata alle nazionali. Giocatore diligente e ordinato, troppe volte monocorde (ma capace di talvolta di lampi di classe quasi inspiegabili, visto il contesto grigio in cui avvengono), Gabilondo avrebbe potuto rappresentare una risorsa tattica importante contro il Barça per la sua capacità di aiutare il terzino in ripiegamento, fondamentale visto il calibro dei clienti con cui la corsia di sinistra sarà chiamata a misurarsi (Alves-Messi). Merita comunque di essere citato anche per i due gol pesanti con cui ha contribuito a portare l’Athletic in fondo alla Copa.
Etxeberria: capitano di lunghissimo corso, il Gallo è ormai l’ombra del giocatore che per più di un decennio ha contribuito alle fortune dell’Athletic. Anagraficamente non sembrerebbe finito, tuttavia bisogna considerare che milita in Primera da quando ha 16 anni e che il suo fisico ha speso tutte le energie di cui era capace, rendendolo senza dubbio più vecchio di quanto non indichi la carta d’identità. Joseba, che non possiede più lo spunto sul breve e la velocità di un tempo, si limita ormai a vivacchiare con qualche giocata d’esperienza che può sempre tornare utile, ma appare francamente al lumicino e non disputa una gara intera da mesi. Caparros lo getta spesso nella mischia quando bisogna recuperare e di certo sa che c’è più classe nel destro di Etxebe che in tutto il reparto offensivo, Llorente escluso. Mercoledì il numero 17 reciterà dunque il ruolo del jolly prezioso, pronto come sempre ad entrare se le cose dovessero mettersi male.
Ion Velez: bocciato l’anno scorso da Caparros dopo poche partite, è stato richiamato alla base dopo il prestito all’Hercules a causa della cessione di Aduriz, senza però fornire giustificazioni valide al suo impiego quasi obbligato. Di una pochezza tecnica imbarazzante, il navarro è impreciso nel tiro, scarso di testa e assolutamente incapace di saltare l’uomo; dalla sua ha solo un’apprezzabile velocità di base e l’innegabile generosità, due qualità che però non fanno, da sole, un buon giocatore di calcio, specie nel suo ruolo. Era titolare a inizio stagione, poi è scivolato in panchina a causa dell’arrivo di Toquero, più arruffone ma anche più dinamico e portato al pressing. Resta comunque la prima alternativa ai due attaccanti titolari, cosa che la dice lunga sulla bontà del reparto offensivo biancorosso.
Murillo, Muñoz, Del Olmo, Garmendia e Iñigo non giudicabili a causa dello scarso utilizzo.


I giocatori dell'Athletic si caricano prima dell'inizio del match (foto Marca).
Athletic Club: Armando; Bóveda (75' Amorebieta), Ustaritz, Etxeita, Balenziaga; Etxeberria (82' Toquero), Gurpegui, Muñoz, David López; Garmendia; Ion Vélez (89' Susaeta).
Real Betis Balompié: Ricardo; Nelson (46' Mark González), Juanito, Melli, Fernando Vega (72' Pavone); Arzu, Cañas (62' Rivera); Damiá, Emaná, Edu; Oliveira.
Reti: 28' Ion Vélez.
Arbitro: Mejuto González (Colegio asturiano).
E' ufficiale: a 111 anni dalla sua fondazione e dopo 79 stagioni trascorse senza mai retrocedere nella massima serie spagnola, l'Athletic ha conquistato per l'80° volta la permanenza in Primera Division grazie alla vittoria di misura contro il Betis, autore ieri di una prestazione inconcepibile per mancanza di grinta e di cattiveria agonistica. I biancoverdi sospettavano senza dubbio di incontrare un avversario con la testa alla finale di mercoledì prossimo o, in alternativa, una squadra-bis imbottita di riserve; intuizione fondata, visto che i Leoni si sono presentati sul terreno di gioco con 10 panchinari abituali, ma evidentemente i sivigliani hanno sottovalutato un po' troppo la voglia di rivalsa delle seconde linee biancorosse e hanno finito per rimediare una sconfitta pesantissima ai fini della lotta per non retrocedere. Solo applausi, al contrario, per un Athletic gagliardo, orgoglioso e capace anche di sprazzi di gioco discreto, a conferma di come certi elementi di scorta siano stati immeritatamente sottoutilizzati dall'allenatore.
Caparros ha operato comunque una scelta coraggiosa, decidendo di far riposare tutti i suoi migliori elementi nonostante la salvezza non fosse ancora assicurata; spazio dunque non solo alle riserve abituali, ma anche ai meno presenti, Armando, Garmendia e Muñoz su tutti, e al canterano Boveda, fresco di esordio due settimane fa col Racing e titolare per la prima volta con la maglia dei Leoni. Il ritmo blando, indicativo di un approccio sbagliato alla gara da parte degli ospiti, è rimasto tale fino alla mezz'ora, quando un'azione perfetta ha portato al gol facile facile di Velez (grande assist di Muñoz nell'occasione) e ha dato una scossa ad un incontro fin lì avaro di emozioni. Il Betis si è fatto più aggressivo, ma vuoi per la serataccia di Oliveira, vuoi per un paio di parate "monstre" di Armando, il golletto di vantaggio ha resistito fino al 45'. Nella ripresa ci si attendeva l'assalto all'arma bianca dei sivigliani, costretti quantomeno a pareggiare per mantenere un vantaggio maggiore di 3 punti sulla terzultima, e invece l'Athletic ha resisito senza problemi, ordinato in fase difensiva e pungente con i suoi contropiedi. Eccezion fatta per una conclusione finita alle stelle del solito Oliveira da buonissima posizione, i biancorossi non hanno mai rischiato e hanno condotto in porto una partita decisiva per il raggiungimento matematico della salvezza.
Missione compiuta, dunque, sia per la squadra che per il suo tecnico, bravo a raggiungere con tre giornate di anticipo un obiettivo messo pericolosamente in discussione dopo il Tourmalet del ritorno, e anche a far riposare i titolari in vista della partita dell'anno (per non dire del secolo). Complimenti pure ad Armando e Muñoz, professionisti impeccabili e mai polemici, e al canterano Boveda, che lascia intravedere potenzialità non banali. Vi rimando a domani per il pezzo di presentazione della finale, che ospiterà una graditissima collaborazione...ma non aggiungo altro per non rovinarvi la sorpresa!

Iraola sommerso dai compagni dopo il gol del pari (foto Marca).
Sporting: Cuellar; Sastre, Gerad, Iván Hernández, José Ángel; Michel, Diego Camacho; Carmelo (84' Luis Morán), Barral, Diego Castro (87' Matabuena); Bilic.
Athletic Bilbao: Iraizoz; Iraola, Aitor Ocio, Amorebieta, Koikili; Susaeta, Goñi (45' Muñoz), Javi Martínez, Del Olmo (62' Etxeberria); Llorente (18' Vélez), Toquero.
Reti: 60' Bilic, 90' Iraola.
Arbitro: Teixeira Vitienes (Colegio Cántabro).
Non tutti i pareggi vengono per nuocere, e di certo quello del Molinon è ossigeno puro per un Athletic che mantiene il suo +7 sulla zona retrocessione e vede la salvezza matematica a un passo. Considerando la prestazione complessiva dei Leoni, poi, c'è da essere più che soddisfatti per il punto strappato al 90' grazie al gol "in coabitazione" della coppia Amorebieta-Iraola, rete che ha imposto allo Sporting il primo pareggio assoluto di questa stagione e ha regalato ai biancorossi un'altra settimana di relativa tranquillità.
Con il solo Javi Martinez disponibile nel settore centrale del centrocampo, falcidiato da squalifiche e infortuni, Caparros decide di far debuttare nella Liga il ventunenne Adrien Goñi, regista/trequartista di grande talento e attualmente capocannoniere del Bilbao Athletic; mentre il giovane navarro va a far coppia col suo ben più noto conterraneo, sulle fasce si posizionano Susaeta a destra e Del Olmo (in sostituzione di David Lopez) a sinistra, con l'ormai collaudata coppia Llorente-Toquero in avanti. I padroni di casa devono fare la partita, costretti come sono a vincere per continuare a sperare nella salvezza, e in effetti fin dai primi minuti gli uomini di Preciado impostano una gara tutto ritmo e aggressività; gli asturiani, che non posseggono grandi individualità nel settore nevralgico del campo, tengono molto alta la linea difensiva per recuperare palla più vicino possibile alla porta basca e non dover elaborare la manovra fin dalla loro metà campo, tuttavia palesano ben presto una preoccupante mancanza di idee offensive che frustra la generosità e lo spirito di sacrificio con cui tentano di farsi largo verso Iraizoz. Il lancio lungo verso Bilic pare essere l'unica soluzione praticabile per lo Sporting e i tre trequartisti che operano alle spalle del croato hanno più la funzione di inserirsi per sfruttare le "seconde palle" che di creare gioco vero e proprio, situazione che ben presto diviene di lettura estremamente facile per i difensori dell'Athletic. In avanti, però, non si hanno notizie dei Leoni e l'infortunio occorso al 18' a Llorente, oltre a spaventare tremendamente i tifosi in vista della finale di Coppa, mette una pietra tombale sulle speranze zurigorri di segnare, poiché a fare tandem con Toquero arriva Ion Velez; per fortuna la contusione al quadricipite di Nando non è nulla di grave, anche se probabilmente Caparros lo terrà a riposo precauzionale domenica, altrimenti le già debolissime speranze di vittoria contro il Barça si sarebbero del tutto azzerate senza di lui. Il primo tempo scorre tra cross, mischioni in area basca e pochissimo calcio, ma al 45' gli ospiti costruiscono la palla-gol più ghiotta fin lì: cross dalla sinistra, la difesa asturiana fa scorrere la sfera senza che nessuno intervenga e Ion Velez, sbucato alle spalle di tutti, controlla e conclude, trovando una grande deviazione di piede di Cuellar sul suo diagonale comunque dimenticabile. Nella ripresa c'è Muñoz per Goñi, la cui buona tecnica è stata penalizzata da una partita penosamente impostata sui pelotazos a scavalcare il centrocampo: Caparros cerca dunque più forza in mediana per contrastare il prevedibile assalto degli uomini di Preciado, non certo maggiori doti di regia visto che sul terreno verde si continuano a sparacchiare palloni con poco costrutto. Il pubblico di casa si accende per due azioni poco chiare in area bilbaina, anche se la moviola chiarisce che non ci sono né il fallo di Iraola su Barral né il mani di Amorebieta, chiaramente spinto dallo stesso Barral al momento dello stacco di testa, quindi può esultare per il gol di Bilic al 60' (bello il colpo di testa del croato, meno bella la marcatura allegra dei due centrali su di lui). La partita muta radicalmente: l'Athletic deve rimontare, e Caparros inserisce giustamente Etxebe per Del Olmo, ma così facendo lascia finalmente degli spazi per il contropiede dello Sporting, squadra molto più a suo agio quando può distendersi attraverso le maglie larghe delle difese altrui rispetto a quando deve attaccare avversari schierati. I bilbaini risultano quasi nulli in avanti, mentre i padroni di casa giocano bene ma sono troppo spreconi; sembrerebbe una partita ormai scritta, invece negli ultimi 10 minuti succede di tutto. Prima l'Athletic, mai pericoloso fino all'80', coglie due legni con Iraola e Toquero, dopodiché Carmelo si mangia un gol a porta vuota dopo un grande assist di Bilic. Finita? Per niente, visto che al 90' i Leoni battono un corner: palla ad Etxeberria, pallonetto di testa del Gallo a metà tra la conclusione e l'assist , altro colpo di testa di Amorebieta e "parata" di José Angel oltre la linea di porta. Potrebbero nascere polemiche sul gol fantasma del numero 5, ma ci pensa Iraola a sciogliere tutti i possibili dubbi spedendo definitivamente il pallone in rete.
Finisce 1-1 ed è un pari che serve pochissimo allo Sporting e molto all'Athletic, che riesce a mantenere il suo confortante vantaggio proprio sugli asturiani, attualmente terzultimi. Non era facile fare risultato al Molinon, soprattutto viste le condizioni molto precarie con cui i Leoni hanno affrontato questo match, pertanto tornare da Gijon con un punto è molto positivo, anche perché adesso Caparros e i suoi sono consapevoli di avere in mano una carta decisiva per fare loro il "piatto" della salvezza. L'incontro casalingo col Betis somiglia ad un match-point sul proprio servizio: pur senza Llorente i bilbaini dovranno sfruttarlo appieno, consapevoli che chiudere già domenica il discorso liguero sarebbe fondamentale per preparare nel migliore dei modi la finale stile Mission Impossible che li attende il 13 maggio.


Esulta ancora una volta Llorente: l'Athletic ritorna a volare con i gol del suo bomber (foto Eitb24).
Athletic Club: Iraizoz; Iraola (87' Etxeberria), Etxeita (78' Murillo), Amorebieta, Koikili; Susaeta, Orbaiz, Yeste, David López (72' Bóveda); Toquero, Llorente.
Real Racing Club: Coltorti; Pinillos, Garay, Marcano, Sepsi (81' Toni Moral); Munitis, Moratón (46' Colsa), Lacen, Serrano (46' Jonathan Pereira); Tchité, Zigic.
Reti: 21' Llorente, 42' David López (rig.), 55' Pinillos (rig.).
Arbitro: González Vázquez (Colegio Gallego).
Note: espulsi Yeste (A) al 55', Marcano (R) al 63', Pinillos (R) all'82', Jonathan Pereira (R) al 95' per doppia ammonizione e Orbaiz (A) al 94' per gioco violento.
Stranissimo derby del Norte quello visto ieri al San Mamés; tre partite in una, così l'ha definita in modo assai azzeccato Marca, e devo dire che per una volta concordo in tutto e per tutto con il noto giornale iberico. Se nel primo tempo si è infatti assistito ad un monologo in piena regola dell'Athletic, confortato dai gol al contrario di quanto successo una settimana fa col Depor, nella ripresa c'è stata inizialmente una breve sfuriata di puro orgoglio degli ospiti, al termine della quale è cominciato lo show personale dell'arbitro Gonzalez Vazquez. 17 cartellini gialli, 5 rossi (più un'altra espulsione ad un massaggiatore del Racing) e una gestione di gara del tutto sconclusionata hanno trasformato l'ultima mezz'ora in una specie di teatro dell'assurdo, con giocatori ammoniti al minimo fallo ed un nervosismo crescente che ha impedito alle due squadre di giocare a calcio. Ai Leoni sta bene così, giacché Recreativo e Sporting Gijon hanno perso e il vantaggio sulla zona retrocessione è dunque salito a sette lunghezze; resta tuttavia il fatto che i bilbaini non riescono mai a condurre in porto un risultato in modo tranquillo, senza complicarsi la vita e senza rischiare fino all'ultimo secondo.
E dire che i biancorossi partono più che bene: cortissimi, mantengono alla perfezione le distanze tra i reparti, pressano alto come nelle giornate migliori e riescono anche a proporre un gioco non banale, sfruttando le accelerazioni sulla destra di un Susaeta ispirato e la grande giornata di Fernando Llorente, immarcabile sia per Marcano che per il tanto reclamizzato Garay, futuro madridista. Il doble pivote obbligato Yeste-Orbaiz (Javi Martinez è squalificato e Gurpegi è infortunato), libero dalla pressione dei centrocampisti avversari che devono dare una mano alla difesa, può esprimere tutta la sua capacità creativa e nei primi 45' l'Athletic mette alla frusta la squadra di Muñiz. Llorente avvisa tutti cogliendo la traversa al 9', aggiusta la mira al 15' (cabezazo parato da Coltorti) e infine centra il bersaglio al 21' grazie ad uno splendido colpo di testa in torsione su cross di Koikili, propiziato anche da una marcatura a dir poco distratta di Marcano. Il vantaggio è legittimo ma non accontenta i baschi, subito vicini al raddoppio in due occasioni con Nando: la prima volta il numero 9 ciabatta fuori col sinistro un assist di Susaeta, la seconda spedisce clamorosamente alto un cabezazo a porta vuota dopo una parata di Coltorti sull'elettrico Markel. In chiusura di tempo ancora Llorente, davvero devastante, fa in tempo a guadagnarsi un calcio di rigore per un fallo tanto ingenuo quanto netto di Lacen, che va ad agganciare il riojano nonostante questi si trovasse in posizione molto defilata; dal dischetto David Lopez non sbaglia e sigla un 2-0 meritato per quanto visto nella prima frazione. Al rientro della squadre dopo l'intervallo c'è una grossa novità: il Racing manda in campo dei giocatori veri al posto degli undici simil-amatori con cui aveva iniziato la partita e inizia a pressare seriamente sui portatori di palla avversari, provocando subito grossi danni a causa dell'estrema fragilità del centrocampo biancorosso. La traversa colta da Lacen al 53' è il classico squillo che precede il gol, che infatti giunge puntualmente dopo un giro d'orologio. Lo segna Pinillos, al primo centro liguero in carriera, trasformando un calcio di rigore decretato da Gonzalez Vazquez per uno sgambetto di Yeste su Jonathan Pereira: giusto il penalty, meno corretta la decisione di estrarre il secondo giallo nei confronti di Fran, ma non sarà l'ultimo cartellino che il direttore di gara tirerà fuori, anzi... Inizia qui, infatti, la terza partita nella partita, quella del fischietto galiziano, destinata ad eclissare il football ed a sovrapporsi alla gara vera e propria. Lo show di Gonzalez Vazquez prende l'avvio dall'espulsione di Yeste e prosegue con quella di Marcano per doppia ammonizione (la seconda pressoché inesistente), che ha l'effetto di stroncare sul nascere l'arrembaggio dei cantabrici e di permettere all'Athletic di difendersi con ordine lontano dalla propria area. Le occasioni da gol spariscono, il gioco diventa un susseguirsi di lanci lunghi e pallonate senza costrutto e i veri protagonisti diventano pertanto il nervosismo e i cartellini gialli, dispensati a pieni mani dall'arbitro ad ogni minimo contatto, come se il direttore di gara seguisse il regolamento del calcio a 5 e non di quello a 11. Pereira, Pinillos, David Lopez e il neo entrato Murillo cadono sotto i colpi della giacchetta nera gallega, che attende al varco uno degli ammoniti e all'82' riesce ad espellerne un altro, Pinillos. Finita? Macché: Toquero e Zigic vengono ammoniti per reciproche scorrettezze, quindi, in un crescendo rossiniano, Gonzalez Vazquez (ormai totalmente fuori controllo) butta fuori anche Orbaiz, stavolta con un rosso diretto, e Jonathan Pereira. Un vero e proprio delirio, in mezzo al quale si segnala solo l'esordio del canterano Eneko Boveda, terzino destro ventunenne che ha ben figurato quest'anno nel Bilbao Athletic.
Aldilà delle esagerazioni arbitrali, restano i tre punti fondamentali messi in cascina dai biancorossi, che vedono la salvezza a un passo e potrebbero conquistarla matematicamente già domenica, visto che faranno visita allo Sporting terzultimo. Non sarà facile e gli asturiani giocheranno consapevoli di non poter perdere, tuttavia la vittoria sarebbe fondamentale per potersi poi concentrare sulla finale di Copa del Rey. Ai Leoni mancheranno Yeste, Orbaiz e Gurpegi, dunque sarà curioso vedere a chi ricorrerà Caparros per ovviare a questa emergenza. La cosa importante è che il periodo nero sembra finito, anche se i miei dubbi sul tecnico e sulla reale consistenza di questa squadra non sono affatto scomparsi.

Llorente festeggiato dai compagni dopo il gol dell'1-2 (foto Marca).
Numancia: Juan Pablo; Juanra, Sergio Ortega, Boris, Cisma (53' Quero); Dimas (53' Brit), Nagore; Del Pino (78' Lago Junior), Barkero, Bellvis; Goiria.
Athletic: Iraizoz; Iraola, Aitor Ocio, Amorebieta, Koikili; David López (26' Gurpegui; 61' Etxeita), Javi Martínez, Yeste, Susaeta; Toquero (79' Ion Vélez), Llorente.
Reti: 10' Cisma, 30' Toquero, 47' Llorente.
Arbitro: Fernández Borbalán (Colegio Andaluz).
Note: espulsi Aitor Ocio (A) al 20' e Boris (N) al 69', entrambi per doppia ammonizione.
Missione compiuta, ma che fatica. Nonostante la notevole differenza di valori in campo, infatti, l'Athletic ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per aver ragione di un Numancia solo generoso e tuttavia capace di mettere in difficoltà i Leoni soprattutto nel primo tempo. Diciamolo chiaramente: dopo l'1-0 di Cisma e l'espulsione di Ocio, lo spettro della Segunda ha iniziato ad aggirarsi per Bilbao, anche perché la squadra ha attraversato una fase di smarrimento totale nella quale ha rischiato di incassare il colpo del ko; madama Fortuna ci ha messo lo zampino, sotto forma di una traversa e di un gol casuale di Toquero, e una volta ritrovata la convinzione l'ostacolo dell'inferiorità numerica non è bastato a impedirela rimonta basca.
Jokin deve fare a meno di Orbaiz e decide di sostituirlo non con Gurpegi, come sembrava probabile alla vigilia, bensì con Yeste, che cede la fascia sinistra a Susaeta e si accentra in posizione di regista. La mossa dell'utrerano è condivisibile, soprattutto perché la mediana del Numancia non è dotata del dinamismo che Fran ha mostrato di soffrire terribilmente quando giostra da pivote; al contrario, se i ritmi restano bassi è il tasso tecnico del numero 10 che può fare la differenza e Caparros, che lo sa bene, decide di tentare questa strada. Nel Numancia fanalino di coda, distante cinque punti dalla salvezza, militano due vecchie conoscenze dell'Athletic, l'ex cachorro Goiria e Txomin Nagore, che giocò 17 partite nella stagione del secondo posto, nel 1998; accanto a loro c'è Barkero, ex Real Sociedad, che alcuni giornali vorrebbero in trattativa con il club bilbaino per la prossima stagione. I Leoni scendono in campo decisi ad imporre il loro gioco e si trovano davanti un avversario piuttosto arrendevole, nonostante la situazione di classifica lasci ai soriani un solo risultato utile, la vittoria; i biancorossi si installano permanentemente nella trequarti avversaria, pressando alto e attaccando con le solite folate di pura furia, e Llorente va subito vicino al gol, sfiorando soltanto un gran cross di controbalzo di David Lopez dalla destra. I padroni di casa non esistono, eppure appena fanno capolino nell'area altrui passano subito in vantaggio con Cisma, che tenta un'improbabile conclusione dai 25 metri ed è fortunato a trovare la deviazione decisiva di Ocio: Iraizoz non può più arrivarci e i castigliano-leonesi si portano a sorpresa sull'1-0. Il buon Aitor, non contento della frittata appena combinata, decide di completare da par suo il patatrac e si fa cacciare al 20' per doppia ammonizione, rimediando la prima per una baruffa in area del Numancia e prendendosi un secondo giallo, rigoroso ma giusto, per una trattenuta sullo scatto in profondità di Goiria. I rossoblu prendono visibilmente coraggio e aumentano i giri nel motore, schiacciano l'Athletic a ridosso della propria area e metteno alla frusta il povero Yeste, lasciato solo in mezzo al campo dopo che Caparros sposta Javi Martinez in difesa; Dimas ha sul destro il pallone del 2-0 che forse chiuderebbe il match, tuttavia la dea bendata stavolta sorride ai baschi e, complice un tocco lievissimo di Iraizoz, il pallone si stampa sulla traversa. I Leoni ci capiscono pochissimo in questa fase, non riescono a spezzare la manovra soriana, elementare ma ficcante, e non hanno più riferimenti a centrocampo, dunque si limitano a cercare Llorente e Toquero con delle pallonate oscene e ingiocabili. Jokin corre ai ripari, inserisce Gurpegi per David Lopez e lo piazza al fianco di Amorebieta, ridisegnando poi una linea mediana a tre con Susaeta largo a sinistra, Javi Martinez tuttofare e Yeste mezzala sul centro-destra. L'assetto della squadra è ora più razionale, tuttavia serve una combinazione di dabbenaggine altrui e discreta fortuna per giungere al pari di Toquero: i difensori del Numancia sbagliano un disimpegno elementare e regalano il pallone all'ex giocatore del Sestao, bravo ad avanzare e a tentare la sorte con un tiro da fuori che si insacca proprio all'incrocio dei pali. La mia impressione è che Gaizka tiri a casaccio, senza mirare, ma forse ho troppa poca stima delle qualità del vitoriano...sia come sia, gli zurigorri pareggiano nel momento migliore degli avversari e riprendono di slancio fiducia nei propri mezzi, così come i soriani perdono all'improvviso tutte le loro convinzioni. Il tiro dalla distanza di Nagore, respinto con sicurezza da Iraizoz, è l'ultimo segno di vita dei padroni di casa, mentre l'Athletic sfiora due volte il gol in chiusura, prima con Koikili (colpo di testa che lambisce la parte alta della traversa) e quindi con Susaeta, che fa la barba al palo con un destro da dentro l'area.
La ripresa si apre come era finita la prima frazione e dopo 2' i Leoni passano in vantaggio con un gol capolavoro di Llorente: stop a seguire di petto spalle alla porta, dribbling nello stretto che fa fuori un difensore e diagonale destro nell'angolino. Rete da attaccante di razza che conferma la dipendenza della squadra da questo giocatore sempre più straordinario. Ottenuto il vantaggio, i biancorossi non hanno troppe difficoltà nel controllare il match, pur se in inferiorità numerica, tale è il divario tecnico che intercorre tra elementi come Yeste, Javi Martinez, Susaeta, Iraola e lo stesso Llorente e i calciatori del Numancia, squadra che a parer mio faticherebbe ad imporsi anche in Segunda. Il fatto che Barkero sia il loro uomo migliore la dice molto lunga e mi stupirei non poco se l'ex errealista fosse davvero nel mirino di Ibaigane: puntare su un giocatore buono solo a tirare le punizioni e che ha disputato la sua stagione più bella a trent'anni suonati mi parrebbe quasi un insulto verso tutti i bravi canterani che scalpitano nel Bilbao Athletic, nonché un investimento tecnicamente errato (ricordiamoci che nella Real Barkero era chiusa da un certo Gabilondo...). Gli uomini di Caparros rischiano solo in occasione di un paio di piazzati del succitato Barkero, per il resto si difendono in modo ordinato e non soffrono troppo il logico tentativo di rimonta degli avversari. L'unica nota stonata è l'infortunio occorso allo sfortunatissimo Gurpegi, che si rompe di nuovo il naso dando una capocciata fortuita a Brit; Carlos è costretto ad uscire (al suo posto entra Etxeita) e lo fa in mezzo ai vergognosi "Fuera, fuera" del pubblico di Soria, che rovinano una serata altrimenti molto tranquilla (e adesso andate a farli in Segunda questi cori, ndr). L'ultima occasione è per Yeste, che combina benissimo nello stretto con Javi Martinez ma si vede respingere il sinistro da un gran balzo di Juan Pablo.
Vittoria dunque tutto sommato meritata per l'Athletic, che espugna per la prima volta nella sua storia Los Pajaritos e compie un bel balzo in avanti lungo la strada per la salvezza; buona la determinazione dei biancorossi e la capacità di reagire mostrata dopo l'1-0 e l'espulsione di Ocio, sfruttando anche alcuni episodi fortunati che hanno mutato il corso del match. Risultati favorevoli oggi e una vittoria in casa contro il Racing domenica potrebbero chiudere il discorso Liga e far concentrare allenatore e giocatori sulla finale di Copa del Rey del 13 maggio.
I migliori e i peggiori nell'Athletic: esauriti aggettivi superlativi e commenti vari ed eventuali su Llorente, autore dell'ennesimo gol pesante della stagione, i riflettori vanno puntati sulla grande prova di Susaeta. Markel inizia timido, crescendo pian piano col passare dei minuti fino a diventare fondamentale nella ripresa con le sue cavalcate che allungano il Numancia e fanno rifiatare i compagni: classe e polmoni al servizio della squadra, per una prova in linea con le grandi prestazioni dell'anno scorso. Non sono mai stato tenero con Toquero, giocatore che non mi piace e di cui apprezzo unicamente lo spirito di sacrificio, tuttavia è innegabile che il suo gol, il primo nella Liga della sua carriera, sia determinante per indirizzare la partita verso la sponda biancorossa; si batte, è generosissimo e alla fine la rete è un giusto premio per la sue ferrea volontà. Molto bene Yeste, specie quando è il responsabile della gestione del possesso durante l'inferiorità numerica, così come eccellente è l'instancabile Javi Martinez visto al Los Pajaritos. Amorebieta è molto concentrato in difesa, Iraizoz risponde sempre presente quando viene chiamato in causa.
Koikili è un po' bloccato, spinge col contagocce, non aiuta Susaeta e soffre anche troppo le avanzate di Del Pino. Ocio peggiore in campo: non contento di aver rovinato il derby con l'Osasuna, si fa cacciare anche a Soria e per di più dopo appena 20 minuti, rischiando seriamente di compromettere la partita dei suoi. Da un giocatore della sua esperienza certe leggerezze non sono tollerabili.


Pablo Alvarez scocca il tiro della vittoria galiziana (foto As).
Athletic Club: Iraizoz; Iraola, Etxeita, Ustaritz, Koikili; David López, Orbaiz (89' Etxeberria), Javi Martínez, Yeste (60' Susaeta); Toquero (85' Ion Vélez), Llorente.
Deportivo de La Coruña: Aranzubia; Laure, Colotto, Zé Castro, Filipe Luis; Juan Rodríguez; Guardado, Antonio Tomás (11' Sergio), Verdú, Pablo Álvarez (86' Cristian); Lassad (72' Bodipo).
Reti: 85' Pablo Álvarez.
Arbitro: Clos Gómez (Colegio Aragonés).
Note: espulso Javi Martinez (A) dopo il termine della partita per offese al direttore di gara.
Strano sport, il calcio. Nell'ultima partita giocata in casa, quella con il Maiorca, l'Athletic aveva rimediato tre punti assolutamente immeritati, subendo una vera e propria lezione di calcio dagli uomini di Manzano e riuscendo a vincere grazie ai due soli tiri in porta messi insieme nei 90' di gioco. Il trend si è però invertito dalla domenica successiva, quando il derby in casa dell'Osasuna si è risolto in una sconfitta pesantemente condizionata dagli errori arbitrali (primo gol navarro in fuorigioco ed espulsione più che severa di Aitor Ocio a inizio ripresa), ed è continuato su binari del tutto negativi anche nell'ultima giornata di Liga, che ha visto prevalere il Depor al termine di un match letteralmente dominato dai biancorossi. Legge del contrappasso, certo, ma anche incapacità di far propria una partita che i galiziani non sembravano troppo interessati a vincere (eufemismo), difetto gravissimo per una compagine impegnata a cercare punti utili per staccarsi al più presto dalla zona retrocessione. La realtà parla ancora di un margine di 4 punti sulla terzultima, il Recreativo, ma allo stesso tempo racconta di un Athletic che non gioca una partita decente dalla leggendaria semifinale di Copa del Rey contro il Siviglia; da allora, una sola vittoria e tutte sconfitte, e adesso non c'è neppure la scusa del Tourmalet da tirare in ballo. Inutile nascondersi dietro a un dito: i Leoni hanno riperso il filo del discorso faticosamente annodato al termine del girone di ritorno e sono tornati ad essere quella squadra sconclusionata e senza idee che Caparros non è mai riuscito seriamente a disciplinare. Non si può impostare un intero campionato sulle prestazioni "di pancia", originate cioè dal furore agonistico e dalla spinta del pubblico, perché quando le energie calano e la condizione si fa più approssimativa, come in questo periodo, vengono a galla tutte le lacune tecnico-tattiche che l'utrerano non ha mai risolto. Ammetto che io stesso sono stato trascinato dall'alternarsi di risultati pessimi e grandi prestazioni e ho pertanto faticato ad esprimere un giudizio definitivo sull'operato del mister, passando dalla voglia di non vederlo più sulla panchina basca all'esaltazione per alcune grandi imprese compiute dai suoi, ma ora che siamo giunti praticamente al termine del suo secondo anno come allenatore biancorosso non posso promuovere il suo operato, tutt'altro. Mancanza di una cultura del turnover, atteggiamento ultra-difensivista e immobilismo tattico sono le cose che più rimprovero a Jokin; in particolare, continuo a non comprendere la sua riproposizione ossessiva di un 4-4-2 per il quale non ci sono gli interpreti adatti, specie dal centrocampo in su. Perché ostinarsi a giocare con quel modulo, addirittura proponendo il nostro elemento più tecnico, Yeste, in un ruolo che non gli appartiene? Preso atto che Llorente è l'unica punta che abbiamo (non voglio considerare Velez e Toquero due attaccanti), non sarebbe più logico impostare un 4-2-3-1 con Fran alle spalle di Nando e dua ali pure a mettere dentro cross su cross? Certo, è facile giocare a fare l'allenatore comodamente seduti davanti al pc in camera propria, però certe osservazioni mi paiono legittime e del tutto giustificate, specie giudicando il rendimento recente di una squadra incapace di fare punti con le migliori e ora in difficoltà anche contro formazioni che le sono visibilmente inferiori. Non scordiamoci che nell'Athletic militano due elementi della nazionale maggiore (Iraola e Llorente, per tacere di Amorebieta che è stato convocato ma non ha esordito), due nazionali under 21 (Susaeta e Javi Martinez, peraltro capitano delle giovani Furie rosse) e diversi ex nazionali (Orbaiz, Etxebe e pure Yeste, che mancò l'esordio a causa di un infortunio), cosa che molte squadre che ci precedono si sognano; eppure siamo laggiù, a pochi passi dal baratro, dunque il condottiero del vascello dovrà pur avere qualche responsabilità per questa traversata arenatasi nelle secche della bassa classifica.
Non ho visto la partita di sabato, o meglio ho visto solo parte del primo tempo, dunque non sono in grado di riportare dettagliatamente quanto avvenuto sul terreno del San Mamés, ma a leggere le cronache dei giornali spagnoli si capisce benissimo che l'Athletic non è riuscito ad affondare il colpo nonostante un chiaro dominio territoriale, fattosi quasi imbarazzante nella ripresa. Non è una scusante questa, anzi, perché una squadra appena decente sa far fruttare la sua superiorità, mentre i Leoni hanno palesato una volta di più i loro limiti nella conduzione della manovra offensiva e, cosa ancor più grave, nella finalizzazione. D'altra parte, tutte le squadre della Liga hanno capito che basta fermare Llorente per disinnescare automaticamente la formazione basca e non è raro che preferiscano raddoppiare il numero 9 lasciando solo il Toquero o il Velez di turno, consapevoli che questi due fenomeni non segnerebbero nemmeno a porta vuota (a questo punto sarebbe meglio mettere Etxeberria, bollito quanto si vuole ma dotato almeno di due piedi consoni alla serie in cui gioca). Detto fatto, il povero Nando è stato controllato benissimo e non ha avuto grosse occasioni, mentre Toquero non ha tradito le attese e ha sprecato almeno un paio di palle-gol ghiottissime, anche se va sottolineata la buona prestazione dell'ex Aranzubia. Il golletto di Pablo Alvarez (con tocco decisivo di Koikili) a 5' dalla fine è la giusta punizione per una squadra spuntata e incapace di accelerazioni e cambi di ritmo, nonché per un tecnico che fa dell'immobilismo il suo stile di conduzione tecnica. Nessuno chiede la luna, ma quando si deve vincere sarebbe il minimo aspettarsi di vedere cambi un po' più audaci di Susaeta per Yeste o Etxebe per Toquero...un tentativo di tre punte, una variazione di schema, un inserimento di giocatori più di spinta (Balenziaga per Koi, ad esempio) non mi sembrano concetti rivoluzionari, specie quando i tre punti in palio servirebbero come il pane e l'atteggiamento dell'avversario non è quello di chi lotta con il coltello tra i denti. Ma tant'è, anche questa partita è archiviata e davanti a noi c'è il Numancia, che ci attende questa sera nella sua tana del Pajaritos e da cui dobbiamo aspettarci una condotta più bellicosa rispetto a quella del Depor, visto che i soriani si giocano le ultime possibilità di permanenza nella Liga. Il divario tecnico tra le due squadre è notevolmente sbilanciato a favore dei baschi, tuttavia le partite vanno giocate sul terreno verde, non sulla carta. Intanto la Federazione ha accolto il ricorso biancorosso contro la squalifica a Javi Martinez, espulso al termine della partita per aver rivolto alcune parole di troppo al direttore di gara, dunque il giovane navarro stasera potrà giocare accanto a Gurpegi, giacché Orbaiz è squalificato per somma di ammonizioni. Inutile dire che pareggiare o perdere spalancherebbe scenari devastanti sul finale di campionato bilbaino...speriamo che i giocatori e, soprattutto, Caparros ne siano consci e si adoperino al meglio per ottenere tre punti che sarebbero fondamentali anche per poter preparare con più calma la finale di Coppa col Barcellona.

Yeste, autore del primo gol biancorosso (foto As).
Athletic Club: Iraizoz; Iraola, Ocio, Amorebieta, Koikili; Susaeta, Orbaiz, Javi Martínez, Yeste (77' Del Olmo); Ion Vélez (70' David López), Llorente (59' Toquero).
Real Mallorca: Aouate (81' Lux); Scaloni, David Navarro, Nunes, Ayoze; Varela (67' Gonzalo Castro), Martí, Santana, Arango (74' Trejo); Jurado; Aduriz.
Reti: 4' Yeste (rig.), 72' Jurado, 84' Javi Martínez.
Arbitro: Mejuto González (Colegio Asturiano).
Sono molti i santi che l'Athletic deve ringraziare per l'importantissima vittoria con il Mallorca, risultato che ha permesso di incamerare tre punti fondamentali in chiave salvezza: San Fran e San Javi, i due marcatori; San Mejuto, che ha visto un fallo da rigore netto eppure molto difficile da individuare; San Mamés, che sempre veglia sui Leoni; ma soprattutto San Aritz Aduriz che, da vero cuore biancorosso, ha sbagliato almeno tre gol fatti, permettendo così ai suoi ex compagni di ottenere un 2-1 a dir poco immeritato proprio sul filo di lana. Il successo degli uomini di Caparros non deve però cancellare le numerose ombre che hanno offuscato la loro prestazione: gioco ai minimi termini, atteggiamento remissivo, grosse difficoltà in difesa e una condizione fisica non proprio ottimale hanno posto le basi per quella che molti giornali spagnoli hanno definito "una delle peggiori partite dell'Athletic in questa stagione". Insomma, teniamoci stretti i punti, ma non dimentichiamo che servirà ben altro per affrontare nel modo migliore un finale di stagione che si preannuncia infuocato.
I Leoni tornano alla Catedral dopo la bruciante sconfitta con il Real Madrid e lo fanno praticamente in formazione tipo: Velez rientra tra i titolari dopo tre partite, Llorente è al suo posto nonostante la febbre e dunque manca soltanto il convalescente David Lopez, che si siede in panchina e lascia spazio a Susaeta sulla destra; tra le riserve non c'è Gabilondo, per il quale la stagione è già finita dopo il grave infortunio al ginocchio rimediato durante l'amichevole con il Bordeaux. Il Maiorca di Manzano, reduce da sette risultati utili consecutivi, non cambia il suo schema portafortuna e si presenta perciò con Jurado dietro Aduriz, senza dubbio il giocatore più atteso dall'alto della sua lunga storia d'amore con il club bilbaino; il guipozcano, infatti, è calcisticamente nato e cresciuto nella società basca, che lo ha svezzato e lo ha poi proposto ai massimi livelli del calcio spagnolo prima di cederlo incomprensibilmente nello scorso mercato estivo. L'inizio del match non potrebbe essere più favorevole all'Athletic, che passa in vantaggio al primo affondo serio. Il merito è non solo del rigore di Yeste, ma anche dell'occhio di lince del direttore di gara, che riesce a cogliere il tocco di mano di Ayoze gettatosi in scivolata per respingere il tiro di Susaeta. Fran dal dischetto insacca di potenza e la partita sembra mettersi in discesa per i padroni di casa, ai quali non resterebbe che controllare e mettere in pratica ciò che sanno fare meglio, ovvero il gioco di rimessa. Il problema è che il Maiorca non ci sta e, dopo una fase di fisiologica riorganizzazione in cui accetta i ritmi bassi dei Leoni, alza il baricentro ed inizia a farsi vedere pericolosamente dalle parti di Iraizoz, mentre i bilbaini palesano uno stato di forma precario e una preoccupante mancanza di idee. Con Llorente debilitato dalla febbre, i centrocampisti perdono il loro punto di riferimento principale, per non dire unico, ed ogni azioni finisce inevitabilmente per dover fare i conti con la pochezza di Velez e l'assenza di soluzioni alternative al dialogo con Nando. Dall'altra parte gli ospiti guadagnano fiducia e metri sul terreno e riescono anche a creare diverse palle-gol, difettando però al momento della finalizzazione; Aduriz ha sulla testa il pallone più clamoroso alla mezz'ora, tuttavia lo spedisce clamorosamente fuori e grazia Gorka. Nella ripresa ci si aspetterebbero dei cambi da parte di Caparros, anche solo per rinforzare la mediana con Gurpegi al posto di un evanescente Orbaiz, ma l'utrerano non tocca i suoi undici giocatori e il leit-motiv della partita resta lo stesso. I maiorchini, anzi, finiscono quasi per assediare la porta avversaria, anche se la loro pressione non si traduce in una pioggia di tiri verso Iraizoz. Il solito Aduriz salva ancora i suoi ex compagni al 60', mettendo fuori un altro colpo di testa dopo un'uscita a farfalle del portiere biancorosso, quindi è il neo-entrato Castro a spaventare Gorka con una sassata improvvisa alta di poco. L'Athletic, nel frattempo, esce definitivamente dal match dopo la sostituzione di Llorente, troppo condizionato dal suo malanno per poter incidere, al cui posto entra Toquero che va a formare con Ion Velez una delle coppie più spuntate dell'intero panorama spagnolo. "Guidati" magistralmente dal loro tandem offensivo, i Leoni spariscono dalla trequarti del Maiorca e si trovano schiacciati a ridosso della loro area, dunque il gol di Jurado al 71' (gran bella conclusione dal limite quella dell'ex Atletico Madrid) non stupisce nessuno. Manzano ci crede ed inserisce Trejo per Arango, Caparros invece prosegue nella sua linea tesa alla conservazione del risultato e sostituisce Yeste con Del Olmo, mentre al 70' (e dunque sull'1-0) aveva tolto Velez per infoltire il centrocampo con David Lopez, spostando Susaeta nel suo ruolo naturale di trequartista centrale. Il vecchio adagio secondo cui la fortuna aiuta gli audaci stavolta non funziona e il vecchio Gregorio se ne accorge suo malgrado all'82', quando il Maiorca passa dal possibile (e meritato) gol dell'1-2 alla rete che lo condanna alla sconfitta: sul colpo di testa di Aduriz, infatti, c'è la testa di Iraola a salvare sulla linea, mentre il ribaltamento di fronte porta alla conclusione Javi Martinez, bravo ad inserirsi a rimorchio e a bucare il povero Lux, subentrato da un paio di minuti all'infortunato Aouate e ancora visibilmente freddo; è una rete fortunata e ingiusta ma vale comunque tre punti, un bottino vitale che permette agli zurigorri di distanziare di quattro lunghezze la zona retrocesione.
Bisogna comunque sottolineare come i Leoni abbiano tirato in porta due volte segnando in entrambe le occasioni, dato significativo della prestazione assolutamente deficitaria in attacco e della discreta dose di buona sorte che ha consentito ai baschi di portare a casa la vittoria. Domenica il derby di Pamplona presenterà più di un'insidia, anche perché i cugini dell'Osasuna vengono da un ottima prima parte di girone di ritorno e saranno carichi al massimo dopo lo splendido 4-2 con cui hanno sbancato il Calderon. Servirà un'altra testa, serviranno altre gambe...servirà un altro Athletic.


Iñigo Diaz de Cerio è da tempo nel mirino dell'Athletic (foto As).
Approfittando del fatto che la Liga è ferma per gli impegni delle nazionali, vorrei recuperare alcune rubriche che non tratto da tempo (i profili, i cachorros), inaugurarne una sul Bilbao Athletic e sulle altre filiali del club e scrivere qualcosa sulle prospettive future della squadra, con particolare riferimento al mercato. Il post di oggi si inserisce in quest'ultimo filone. Nonostante il campionato sia ancora lungo e la posizione dei Leoni resti tutt'altro che definita, con il baratro della retrocessione a sole due lunghezze di distanza, è infatti già possibile tracciare un primo bilancio delle prestazioni dell'Athletic versione 2008/2009, in modo tale da individuare i principali punti deboli che dovranno essere rinforzati in estate. Non c'è bisogno di essere grandissimi esperti per osservare che i numeri più deficitari provengono dal reparto offensivo, ed è dunque del parco attaccanti che intendo occuparmi oggi. Tolto Fernando Llorente, a segno per 12 volte in 25 gare di campionato e per 4 volte in 8 partite di Copa del Rey, gli altri "delanteros" biancorossi hanno quantomeno le polveri bagnate, anche se tale espressione mi sembra francamente eufemistica. Le cifre delle punte parlano chiaro: Ion Velez ha realizzato 4 gol, 2 in Liga e 2 in Coppa, su un totale di 29 presenze; Etxeberria ha racimolato fin qui 2 reti in 16 apparizioni; Toquero, arrivato a gennaio, ha segnato solo contro il Siviglia nella semifinale copera (i suoi gettoni sono 16), mentre Iñigo Velez chiude questa triste graduatoria con uno score degno di un desaparecido, ovvero 5 partite e nessun gol. Numeri che testimoniano della pochezza dell'attacco bilbaino in modo inequivocabile. Il reparto, diciamocelo chiaramente, è uno dei peggiori della Liga per qualità dei suoi componenti, sempre escludendo il fantastico Llorente di quest'anno, ed è impossibile non muovere un preciso atto d'accusa nei confronti di una dirigenza che ha venduto a cuor leggero Aduriz (ma lo sponsor sulla maglia non era stato messo per garantire liquidità?) pensando di poterlo rimpiazzare con Ion Velez o chissà chi altro. Nel calcio, però, non si inventa niente e non è un caso che una punta da 5 gol in Segunda (il succitato Velez), un residuato bellico (Etxeberria), un oggetto misterioso (Iñigo) e un carneade assoluto (Toquero) non siano riusciti a sostituire il mai troppo rimpianto Aritz. Caparros ha provato a rotazione un po' tutti, con l'eccezione di Iñigo che si è trovato chiuso da Llorente (a me, comunque, nel Murcia non era sembrato così scarso), ma i risultati sono sempre stati mediocri; colpa della scarsa qualità tecnica di Velez e Toquero, due che corrono molto e ancor di più sbagliano col pallone tra i piedi, e del declino ormai notorio del Gallo. Per il prossimo anno urgono soluzioni, ma quali? Sappiamo come il bacino basco non brulichi attualmente di grandi attaccanti, dunque i nomi su cui focalizzarsi non sono molti. L'opzione più concreta, al momento, è quella dell'attaccante della Real Sociedad Iñigo Diaz de Cerio, che non sembra intenzionato a rinnovare il suo contratto in scadenza a giugno. Iñigol, come viene chiamato con poca fantasia dai tifosi txuri-urdin, è un classico finalizzatore d'area di rigore: poco appariscente, tecnicamente solo discreto, non è un centravanti di manovra e partecipa raramente al gioco della squadra, tuttavia possiede un innato fiuto del gol, quella rara capacità di saper concretizzare la prima palla utile che gli capita all'interno di una partita. Nonostante la giovane età (compirà 25 anni a maggio) ha già dimostrato di saper giocare e segnare in qualsiasi campionato, giacché somma la bellezza di 68 gol con la Real Sociedad tra Segunda B, Segunda e Primera. E' stato capocannoniere con 26 reti del campionato 2005/06 di Segunda B, ha segnato 7 volte in Liga la stagione successiva, conclusasi con la retrocessione dei donostiarri, ed è poi sceso nella serie cadetta coi txuri-urdin, realizzando 16 centri il primo anno e 4 in 11 partite nel toneo attuale. L'unica incognita sul suo acquisto riguarda il bruttissimo infortunio che gli è occorso a novembre e dal quale si sta ancora riprendendo, una frattura di tibia e perone causata da un pauroso scontro col portiere dell'Eibar Zigor; un giocatore con le sue caratteristiche non dovrebbe risentire più di tanto dei postumi di una lesione del genere, tuttavia i dubbi ci sono e hanno fatto momentaneamente arenare una trattativa che sembrava già in porto. In realtà, alternative a Diaz de Cerio di fatto non esistono. Qualche nome c'è, ma si tratta o di giocatori che devono ancora confermarsi (Agirretxe, Kike Sola) o di giocatori il cui arrivo a Bilbao è impensabile (Joseba Llorente, il cavallo di ritorno Aduriz). Negli ultimi giorni è però spuntato un nuovo obiettivo dell'Athletic: è Jorge Galan, attaccante dell'Osasuna Promesas (la seconda squadra dei navarri), a segno già 14 volte in un torneo difficile come la Segunda B. 20 anni, fisico minuto (1,73 m per 72 kg), Galan è un attaccante tutto mancino molto rapido ed estroso, in possesso di un'ottima tecnica e di uno spiccato senso della porta. La sua clausola di rescissione è di 6 milioni di euro, ma raddoppierebbe se il ragazzo dovesse esordire con la prima squadra (Camacho lo fa allenare spesso con i suoi): una bella cifra per un ventenne, di certo una somma al di fuori delle capacità economiche dell'Athletic.
Cosa farei se fossi un dirigente biancorosso? Innanzi tutto, taglierei due tra Ion Velez, Iñigo e Toquero, con preferenza per i primi due, visto che Toquero è il più fastidioso in fase di pressing e sa regalare assist niente male; prenderei subito Diaz de Cerio a parametro zero, quindi promuoverei almeno uno tra Isma Lopez e Iker Munian (su cui al più presto scriverò un pezzo), dando la precedenza al primo per la maggiore età e la conseguente esperienza in più. Mi sembra il percorso più logico da attuare per coniugare l'arricchimento sotto il profilo tecnico alla valorizzazione dei giovani della cantera. Sarà così? Lo spero, anche se l'attuale dirigenza ci ha abituato alle decisioni più strane...

Mati Fernandez batte Iraizoz per il 2-0 (foto As.com).
Villarreal CF: Diego López; Ángel, Fuentes, Godín, Capdevila; Cazorla, Senna, Eguren, Ibagaza (82' Matías Fernández); Nihat (64' J. Llorente), Rossi (87' Bruno Soriano).
Athletic Club: Iraizoz; Iraola, Amorebieta, Aitor Ocio, Koikili; Susaeta, Orbaiz (86' Iñigo Velez), Javi Martínez, Gabilondo; Toquero (60' Garmendia), F. Llorente.
Reti: 68' Cazorla, 91' Matias Fernandez.
Arbitro: Carlos Velasco Carballo (Colegio Madrileño).
Note: espulso al 78' Susaeta (A) per doppia ammonizione.
E' ufficiale: l'Athletic non solo non è una squadra medio-grande, ma non ha neppure, al momento, i mezzi per dare continuità alle proprie prestazioni quando incontra i top team della Liga. Dopo la disastrosa "scalata" del girone d'andata, il ritorno sul Tourmalet ha confermato il suo impietoso verdetto: 4 sconfitte su 4 gare contro le prime della classe, 3 gol fatti contro 11 reti subite e prove spesso all'insegna dell'impotenza, tolta la gara col Real positivamente influenzata, a livello di prestazione, dal fattore campo. Alcuni risultati positivi e la sbornia di Copa del Rey hanno forse fatto dimenticare ai più che quella biancorossa è, attualmente, una formazione mediocre, non tanto per la qualità dei singoli (molti dei quali sono giovani e davvero bravi, è bene tenerlo presente) quanto per l'assoluta mancanza di un'identità tecnico-tattica, di un gioco riconoscibile, di una fisionomia che le appartenga in toto. Dopo il calcio offensivo e spumeggiante di Valverde e le barricate del biennio Clemente-Mané, i Leoni hanno intrapreso un percorso di totale rinnovamento con Caparros i cui risultati, tuttavia, stentano ad arrivare; non parlo di risultati pratici (la finale di Coppa basta e avanza, da quel punto di vista), quanto del soddisfacimento di obiettivi a lungo termine quali il conferimento alla squadra di un impianto di gioco stabile e di una personalità che si stentano a vedere, nonostante l'utrerano sia alla guida del club da quasi due anni. L'Athletic si muove spesso in modo disomogeneo, spinto più dal furore agonistico che da un piano tattico preciso, e dà il meglio di sé quando si scatena senza riflettere troppo, spinto dalle urla del suo pubblico, pressando altissimo, lottando su ogni pallone come se fosse l'ultimo e attaccando a folate, ma è chiaro che un tale sistema non offre garanzie certe per il futuro; sulla partita secca, specie se in casa, i bilbaini possono dare fastidio a molti, però nel lungo periodo il loro modo di giocare non può essere redditizio. Spentasi l'euforia copera, i biancorossi sono passati a suon di sberle dal sogno UEFA ad una dura realtà che parla di appena due lunghezze di margine sulla zona retrocessione, ovvero, a vedere la cosa da un'altra prospettiva, di 10 punti persi in sette giornate di campionato. Se la situazione non è drammatica, poco ci manca.
Dopo la partitaccia casalinga con il Madrid, Caparros decide di non cambiare uomini e si limita a sostituire lo squalificato Yeste con Gabilondo e l'infortunato David Lopez con Susaeta; Pellegrini risponde schierando una linea offensiva di pigmei (Rossi, Nihat, Cazorla, Ibagaza), il cui scarso peso fisico è però compensato da un tasso tecnico fuori dalla norma. L'intento dell'allenatore del Submarino Amarillo è chiaramente quello di sollecitare la retroguardia avversaria in uno dei suoi maggiori punti deboli, la mancanza di velocità dei centrali, ma nel primo tempo l'Athletic concede pochissimo spazio grazie ad una prova difensivamente impeccabile di tutti i suoi elementi. Gabilondo e Susaeta giocano molto bassi per contrastare le avanzate di Capdevila e Angel ed evitare il riproporsi delle situazioni di uno contro uno sulla fascia che sono costate il match con i merengues, Javi Martinez si incarica di soffocare le geometrie di Senna e, in tal modo, Rossi e Nihat hanno poche occasioni di ricevere palloni giocabili nei pressi della porta di Iraizoz. Quando lo fanno, peraltro, sono pericolosissimi, tuttavia alcune parate di Gorka scongiurano il peggio. La condotta di gara dei Leoni, assai proficua dietro, non è altrettanto efficace in avanti: un tiro di Gabilondo su cui Diego Lopez, fresco di convocazione, concede molto al pubblico e un paio di palle-gol vanificate da Toquero sono tutto ciò che il bilbaini mettono insieme in 45 minuti. Proprio Toquero è l'emblema perfetto dell'Athletic attuale: se il calcio fosse solo corsa, generosità e pressing sarebbe da Pallone d'oro, ma il problema è che un attaccante dovrebbe segnare, ogni tanto, e vedere una punta sbagliare uno stop a tu per tu col portiere o concludere in porta con la forza di un Pulcino non è ammissibile a questi livelli; simpatia a parte, se il buon Gaizka da gennaio ad oggi ha realizzato la bellezza di un gol, tra l'altro in Copa, non è un caso che la squadra si ritrovi a soffrire. O segna Llorente o il tabellino resta inchiodato sullo 0, questa è la verità. Tralasciando i due errori arbitrali che avrebbero potuto indirizzare su altri binari la gara (fallo da espulsione di Ibagaza su Amorebieta e mani clamoroso di Godin in piena area...e Villar?), va detto che un brutto primo tempo si chiude meritatamente sullo 0-0, risultato che ai Leoni potrebbe anche andare bene.
Il fatto è che i "gialli" non sembrano volersi accontentare e nella ripresa scendono in campo con un'altra convinzione rispetto al primo tempo, alzano il baricentro e cominciano a bombardare Iraizoz. Rossi, ispiratissimo, sfiora il gol in pallonetto, quindi è Nihat a spaventare i baschi al 58' con un destro che lambisce il primo palo dopo un assist al bacio di Ibagaza. L'Athletic non esiste dalla mediana in su ma le sue barricate sembrano tenere, sennonché un possibile contropiede biancorosso si arena sul nascere a causa di uno scivolone di Susaeta e la squadra si trova inspiegabilmente scoperta: Rossi cavalca sontuosamente con la palla al piede, evita Iraola e Koikili, clamorosamente risucchiato fuori posizione, e serve alla perfezione Cazorla, libero di avanzare, prendere la mira e infilare Gorka con un destro che è una rasoiata. I Leoni si trovano ora nella spiacevolissima situazione di dover attaccare e si espongono fatalmente al contropiede del Submarino, una vera arma impropria che produce due occasioni strepitose nel giro di dieci minuti: la prima viene sprecata da Joseba Llorente, entrato al posto di Nihat, che calcia fuori solo davanti a Iraizoz, mentre la seconda è vanificata dall'egoismo di Rossi, che sceglie la conclusione invece del comodo assist per l'ex attaccante della Real Sociedad. Le velleità di rimonta dei baschi si infrangono in modo definitivo sull'espulsione per doppio giallo di Susaeta (discutibile, e molto, la prima ammonizione comminata a Markel), anche perché l'unico guizzo di Llorente, un minuto prima, era stato sventato in sicurezza da Diego Lopez. Servito poco e male, Nando non ha avuto una sola palla pulita a disposizione ed è questo il maggior atto di accusa al non-gioco di Caparros: disporre di un centravanti come il navarro e non riuscire ad innescarlo nel corso di un'intera partita è un peccato che grida vendetta quasi più dei punti persi al Madrigal. Il gol finale di Mati Fernandez è una perla che fa felici i molti appassionati del cileno e che restituisce proporzioni più giuste ad una vittoria netta e mai in discussione per l'undici di Pellegrini, che può rimproverare ai suoi solo la mancanza di cattiveria in avanti e una certa timidezza di fronte al gioco fisico degli ospiti nel primo tempo. In casa Athletic c'è poco da stare tranquilli, visto che, alla ripresa del campionato, ci sarà da ricevere il Maiorca e da far visita ai cugini dell'Osasuna, squadre molto più in salute della formazione biancorossa; i Leoni hanno fatto meno punti di tutti nel girone di ritorno, appena 5 in 9 partite, e la loro media è ovviamente da retrocessione. La pausa del campionato arriva giusto in tempo per schiarire le idee a tecnico e giocatori in vista del rush finale della Liga, nella speranza che la squadra, similmente a quanto fece nel girone d'andata, riesca a fare punti con le dirette avversarie ora che il ciclo terribile è concluso. Bando alle manie di grandezza, comunque: finale o non finale, l'uscita definitiva dal tunnel in cui il club è entrato nell'era Lamikiz è ancora di là da venire.

Il momento chiave del match, l'espulsione di Yeste (foto Athletic-club.net).
Athletic: Iraizoz; Iraola, Aitor Ocio, Amorebieta, Koikili (46' Balenziaga); David López (52' Gurpegi), Javi Martínez, Orbaiz (56' Susaeta), Yeste; Toquero, Llorente.
Real Madrid: Casillas; Sergio Ramos, Pepe, Metzelder, Heinze; Robben (66' Faubert), Lass, Sneijder, Marcelo; Raúl (64' Higuaín); Huntelaar (79' Parejo).
Reti: 22' Robben, 34' Heinze, 36' Heinze (ag), 45' Llorente, 47' e 61' Huntelaar, 84' Higuaín (rig.).
Arbitro: Muñiz Fernández (Colegio Asturiano).
Note: espulsi Yeste (A) al 37' per comportamento non regolamentare, Ion Vélez (A) al 57' e Luci (allenatore in seconda dell'Athletic) al 71' entrambi per proteste e direttamente dalla panchina.
Non è stata fortunata la trasferta annuale a Bilbao di noi Leones Italianos, solitamente più abituati a festeggiare che a deprimerci per una sconfitta di tali proporzioni. Le dimensioni del passivo non ingannino, però: l'Athletic, supportato come sempre da un pubblico strepitoso (noi italiani compresi), può uscire a testa alta da questo Clasico giocato con intensità e grande cuore, anche se con poco raziocinio.
Dopo il semi-turnover di Barcellona, Caparros torna a schierare la sua formazione-talismano, quella per intenderci vittoriosa contro il Siviglia in Copa, e dunque ecco rientrare dal primo minuto Aitor Ocio, David Lopez e Toquero; assenze pesanti in casa madridista, con Ramos costretto a rinunciare a Cannavaro e Gago: l'ex tecnico del Tottenham piazza Metzelder al centro della difesa, conferma Marcelo esterno sinistro di centrocampo e sposta Sneijder a fare coppia con Lassana Diarra sulla mediana. La Catedral è strapiena e le sue antiche mura amplificano all'inverosimile le urla dei 40.000 tifosi biancorossi, in mezzo ai quali, sparsi in Curva Nord, ci sono anche 35 hintxak italiani che non si risparmiano nell'animare la squadra. I Leoni partono a mille e cercano di mettere la partita sull'unico piano nel quale possono fare la differenza, quello del ritmo: difesa alta, aggressività a centrocampo e raddoppi continui sulle fasce non danno respiro alla manovra del Real e creano anzi una pressione costante nei pressi della porta di Casillas, pressione alla quale non si accompagnano però adeguate occasioni da rete. Una punizione dal limite di Yeste e alcuni calci d'angolo in serie non sono sufficienti a superare il numero 1 merengue, che proprio al San Mamés giocò dieci anni fa la sua prima partita nella Liga, e il non riuscire a concretizzare una prima parte di assoluta superiorità è il maggior peccato dei biancorossi. Il Madrid, da grande squadra qual è, colpisce invece alla prima occasione seria che riesce a creare e lo fa col suo uomo di maggior classe, quel Robben che, nelle giornate di grazia, è un folletto inafferrabile dalle movenze leggere eppure devastanti. Servirebbero i raddoppi di Yeste per contrastarlo, ma Fran (pur giocando una grande partita) non conosce il significato della parola "ripiegamento" e abbandona spesso Koikili a degli uno contro uno che lo vedono sconfitto in partenza. Emblematica l'azione del primo gol: Robben cede palla a Sneijder, scatta subito passando a doppia velocità il solitario Koi, supera Ocio in dribbling stretto appena dentro l'area e trafigge Gorka con un gran sinistro sotto l'incrocio opposto. L'Athletic sbanda e per gli ospiti si aprono d'improvviso gli spazi che per 20 minuti erano stati minuziosamente serrati dai baschi: ancora Robben spreca alla mezz'ora, scegliendo il tiro da posizione decentrata invece dell'assist per Raul o Huntelaar appostati a centro area, quindi Heinze pare chiudere anticipatamente la contesa con un inserimento in anticipo su Gorka (e sulla difesa tutta, presa d'infilata in modo dilettantesco) coronato dall'incornata che vale il 2-0. Nonostante il risultato e l'arbitraggio di Muñiz Fernandez, che è tutto fuorché casalingo (due bilbaini ammoniti nei primi 5' di gioco, a fronte dell'impunità concessa a Lass e soprattutto Heinze), il pubblico della Catedral non molla e intona canti a non finire per la sua squadra, che a sorpresa reagisce e trova subito l'1-2. La giocata è polemica e si sviluppa a partire da un contrasto sulla fascia dopo il quale Sneijder resta a terra, con i Leoni a proseguire l'azione senza mettere la palla fuori: Yeste va al tiro, Casillas respinge a mano aperta ma sul seguente cross rasoterra di David Lopez c'è il goffo intervento di Heinze, che in scivolata anticipa il proprio portiere e insacca. Iker protesta vibratamente, Yeste lo spintona in maniera più che ingenua e l'arbitro lo espelle con severità forse esagerata. La scempiaggine del numero 10 resta e aggrapparsi alla sceneggiata stile Oscar di Casillas serve a poco. Nonostante l'inferiorità numerica, l'Athletic ci crede e riesce ad ottenere un insperato pareggio proprio in chiusura grazie a Llorente, il cui perfetto colpo di testa su punizione di David Lopez incoccia nel palo, carambola sul portiere avversario e si insacca.
La gioia per il 2-2 è moltissima, tuttavia le prospettive per la ripresa sono fosche vista l'inferiorità numerica, grazie a cui il Real si trova a poter disporre di un vantaggio tattico che, a lungo andare, non può non rivelarsi fatale per i padroni di casa. Caparros toglie Koikili, in bambola e già ammonito, ed inserisce Balenziaga, lasciando Llorente isolato in avanti e spostando Toquero sulla fascia sinistra, mossa obbligata che depotenzia la manovra già di per sé poco omogenea dell'Athletic. Non c'è nemmeno il tempo di valutare l'assetto deciso dall'utrerano che le merengues tornano avanti: i biancorossi perdono palla e si trovano spezzati in due tronconi troppo distanti, i difensori rinculano dentro l'area e per Huntelaar è un gioco da ragazzi stoppare il suggerimento di Raul e beffare Iraizoz con un rasoterra sul primo palo che passa sotto le gambe di Iraola, un po' troppo generoso nella marcatura dell'olandese. Il vantaggio riporta i madridisti sul velluto, giacché i Leoni devono giocoforza scoprirsi per tentare la rimonta, e sull'ennesimo contropiede di Robben è ancora Huntelaar a sigillare il 2-4 con un pallonetto di ottima fattura. La rete, giunta peraltro appena dopo un'occasionissima di Javi Martinez (tiro salvato da Casillas con un gran balzo), frustra la mossa di Caparros di inserire Susaeta per Orbaiz e di fatto chiude i conti; prima della calata del sipario, però, c'è ancora tempo per la quinta rete ad opera di Higuain, una vera coltellata per i tifosi che comunque non smettono mai di cantare e di protestare per la condotta di gara dell'arbitro, che permette tutto al Real e niente all'Athletic (vedere per credere l'ammonizione ad Amorebieta per un'entrata sul pallone, le gomitate di Heinze condonate sempre e comunque, il tocco di mano in area di Pepe non sanzionato e le espulsioni dalla panchina di Velez e dell'allenatore in seconda Luci).
Tirando le somme, abbiamo assistito ad una partita bella ed emozionante, partecipando con grande calore al tifo sfrenato del San Mamés e guadagnandoci ancora una volta la simpatia degli altri aficionados biancorossi. Peccato per il risultato, ma la nostra spedizione in terra basca è stata senz'altro positiva.
Le pagelle dell'Athletic:
Iraizoz 6: incassa cinque gol senza troppe colpe, e anzi ne evita almeno un altro paio. Sulla rete di Heinze la sua uscita può sembrare avventata, tuttavia l'errore è più dei compagni che se lo fanno sfuggire che suo.
Iraola 5,5: positivo quando spinge, non soffre troppo Marcelo ed è bravo a tenerlo basso con le sue scorribande. Commette però due gravi mancanze: non controlla bene Huntelaar in occasione del 2-3 (il pallone gli passa sotto le gambe) e falcia Marcelo regalando al Real il rigore che fissa il punteggio sul risultato definitivo.
Aitor Ocio 5,5: prova a guidare il reparto arretrato con la solita esperienza, anche se il coordinamento difensivo viene a mancare più di una volta. Nel primo tempo si arrangia come può, nella ripresa la squadra è allo sbando e anche lui paga dazio.
Amorebieta 5: Huntelaar è un brutto cliente e certi duelli rusticani sulla trequarti difensiva dell'Athletic lo dimostrano. Costantemente sulle spine, finisce per perdere lucidità ed è fuori posizione quando l'olandese batte per due volte Iraizoz. Si becca il giallo su un intervento pulito e molto bello: non era serata.
Koikili 4,5: all'inizio riesce a tenere Robben e sembra potergli prendere le misure, poi però viene abbandonato da Yeste e si trova spesso preso in mezzo tra l'olandese e Sergio Ramos. Ridicolizzato dall'ex Chelsea sul primo gol, perde la bussola e non riesce più a ritrovarsi. Già ammonito, viene giustamente sostituito da Caparros a inizio ripresa (dal 46' Balenziaga 6: entra e sembra ispirato in un paio di discese, peccato che la doppietta di Huntelaar tagli le gambe alla squadra. Se non altro, riesce a contenere di più Robben grazie alla propria velocità).
David Lopez 6: sufficienza risicata che si guadagna col cross che provoca l'autorete di Heinze e con l'assist a Llorente per il 2-2. Presenza quasi invisibile, gioca con troppa timidezza e ben presto i compagni iniziano a preferirgli uno Yeste ispirato, almeno fino all'infausta espulsione (dal 52' Gurpegi 6: lotta da par suo anche se è spesso in inferiorità numerica a centrocampo. Si guadagna l'ovazione del San Mamés quando va a rifilare una gomitata all'impunito Heinze. Cartellino giallo e applausi per lui).
Javi Martinez 6: inizia come tutto l'Athletic, con grande ritmo e intensità, poi si spegne progressivamente, ingabbiato in una partita spezzettata dai falli e che presto si fa molto dura. I madridisti lo picchiano senza ritegno quando prova a partire e l'arbitro non lo tutela mai, contribuendo in ciò a farlo sparire dal match. Generoso, se non altro.
Orbaiz 5: non è una partita da geometri, specie se disegnano traiettorie con calma (quasi con lentezza) come il navarro. In un contesto del genere servono più i guantoni che il righello, Caparros lo capisce troppo tardi (dal 59' Susaeta 6: qualche spunto apprezzabile, ma entra troppo tardi).
Yeste 5: il migliore dell'Athletic nella prima mezz'ora, è ispirato come nelle giornate di grazia e da solo spaventa la retroguardia del Real con azioni palla al piede e conclusioni da fuori, anche se la sua latitanza nella fase difensiva si fa sentire. Scalda per due volte i guanti di Casillas, originando peraltro il gol dell'1-2, ma rovina tutto commettendo un'ingenuità non nuova per lui quando spintona il portiere avversario e si becca il rosso. Casillas esagera, lui però dovrebbe capire di avere 30 anni, non 12.
Toquero 5: un ectoplasma che vaga sul terreno della Catedral, si batte e corre moltissimo ma non riesce a lasciare tracce del suo passaggio. Ha un'unica occasione, nel secondo tempo, e non trova di meglio che sparacchiare in curva.
Llorente 6,5: compito improbo quello del numero 9, chiamato a duellare da solo contro una coppia di centrali fisicamente potentissimi quali Pepe e Metzelder. Non ha molti palloni giocabili e uno di questi lo mette dentro con un gran colpo di testa, mostrando di essere ormai diventato un centravanti maturo e pericoloso per ogni difesa. Nel secondo tempo non ha più rifornimenti e sparisce lentamente, anche se resta uno degli ultimi ad arrendersi.
Leones Italianos 10 e lode: è nelle sconfitte che si vede l'attaccamento di una tifoseria e non c'è alcun dubbio sul fatto che gli italiani abbiano risposto "presente" nonostante il duro passivo a sfavore dell'Athletic. Presentatisi in 35, tifano senza sosta, seguono i cori di incitamento della Norte anche sul 2-5 e si meritano gli abbracci caloroso e le manifestazioni di amicizia degli hintxak baschi a fine gara. Grandi!

Messi, autore del secondo gol, fermato da Koikili (foto Athletic-club.net).
FC Barcelona: Valdés; Puyol (91' Víctor Sánchez), Piqué, Márquez, Sylvinho; Busquets, Xavi, Iniesta (82' Gudjohnsen); Messi, Eto'o, Henry.
Athletic Bilbao: Iraizoz; Iraola, Gurpegi, Amorebieta, Koikili; Susaeta, Orbaiz (75' Muñoz), Javi Martínez (46' Toquero), Gabilondo; Yeste; Llorente (60' Garmendia).
Reti: 17' Busquets, 31' Messi (rig.).
Arbitro: Undiano Mallenco (Colegio Navarro).
Era prevedibile, soprattutto dopo la festa seguita alla vittoria in semifinale di Coppa contro il Siviglia. Troppo concentrato il Barcellona, reduce da cinque giornate senza vittorie, per un Athletic ancora con la testa alla partita (e al dopopartita...) di mercoledì scorso. Il 2-0 va perfino stretto ai catalani, dominatori assoluti del match e tornati a +6 sul Real grazie al pareggio merengue nel derby con l’Atletico; per i Leoni una sconfitta che non fa male, visto che la zona "calda" della classifica dista sempre sei lunghezze e un altro tratto del Tourmalet è ormai alle spalle.
Nelle fila biancorosse non ci sono gli infortunati Ocio, David Lopez e Velez, sostituiti da Gurpegi (cervellotica la scelta di Caparros di arretrare Carlos quando ha in panchina un buon prospetto come Etxeita), Susaeta e Yeste, che va a fare la mezzapunta dietro Llorente con Gabilondo sulla sinistra; Guardiola schiera il Barça secondo il 4-3-3 specialità della casa, ritrova Iniesta dopo un mese di assenza e presenta Busquets in luogo di Touré come vertice basso della mediana. Consci di dover ottenere assolutamente i tre punti, i padroni di casa partono a tambur battente e costringono subito nella propria trequarti l’Athletic, che si difende in modo un po’ affannoso e non trova grande qualità nelle ripartenze; il ritorno di Iniesta restituisce ai catalani quel ritmo che pareva smarrito e i tre attaccanti riprendono a muoversi con armonia e sincronismo, in particolar modo con Messi, che si accentra attirando Koikili e aprendo autostrade per Puyol, ed Eto’o, i cui smarcamenti senza palla mandano subito in ambasce il finto difensore Gurpegi. La prima palla gol, però, capita ai baschi al 15’: Yeste, imbeccato centralmente, buca una difesa blaugrana troppo alta e distratta, si presenta davanti a Valdes in tutta solitudine e ha pure la possibilità di prendere la mira, ma il suo sinistro è troppo liftato e finisce per uscire clamorosamente alla destra del portiere. Neppure il tempo di disperarsi che il Barcellona, da squadra di rango qual è, passa in vantaggio con Busquets, lasciato solo in area sulla punizione di Xavi (Gurpegi in ritardo) e favorito anche da una mezza incertezza di Iraizoz in uscita. La mazzata subita dai Leoni è notevole e quella di Guardiola è squadra troppo esperta per non approfittarne, dunque non c’è da meravigliarsi quando al
L’anteprima della finale di Copa del Rey è dunque appannaggio dei catalani, ma sicuramente il 13 maggio l’atteggiamento dei biancorossi sarà ben diverso. Intanto prepariamoci al secondo grande Clasico della Liga, quell’Athletic-Real Madrid che vedrà la presenza sugli spalti della Peña Leones Italianos e quindi del sottoscritto, sempre che non cada l’aereo. Alla prossima settimana!

Toquero, quasi in lacrime, esulta dopo il gol del 3-0: l'Athletic è in finale (Athletic-club.net).
Athletic Club: Iraizoz; Iraola, Ocio, Amorebieta, Koikili; David López (87' Gabilondo), Orbaiz, Javi Martínez (79' Gurpegui), Yeste; Toquero (68' Ion Vélez), Llorente.
Sevilla: Palop; Mosquera, Squillaci, Prieto, Fernando Navarro; Navas, Fazio (35' Luis Fabiano), Romaric (77' Duscher), Adriano (46' Capel); Renato; Kanouté.
Reti: 4' Javi Martínez, 34' Llorente, 36' Toquero.
Arbitro: Mejuto González (Colegio Asturiano).
L'attesa è una situazione molto particolare all'interno dell'esperienza di vita di un essere umano. Una lunga attesa, in particolare, se da un lato tortura terribilmente colui che aspetta, dall'altro gli assicura che l'evento tanto desiderato, quando giungerà, sarà più bello e più dolce per ogni minuto in più passato a sperare nella sua comparsa. L'Atletic ha dovuto attendere per 24 anni, tanto è trascorso dalla sua ultima finale, Atletico Madrid-Athletic di Copa del Rey, disputata il 30 giugno del 1985 e vinta per 2-1 dai colchoneros di Hugo Sanchez. La sconfitta del Bernabeu fu il canto del cigno di una generazione straordinaria, quella dei Goikoetxea e degli Zubizarreta, dei Liceranzu e dei Sarabia, dei Dani e degli Urkiaga e di tanti altri, capace di regalare al club bilbaino due "Ligas" epiche, una Coppa del Re e una Supercoppa; al termine della stagione, infatti, tutti i pezzi pregiati furono venduti per far fronte alla mancanza di liquidi che attanagliava le casse societarie e per i Leoni iniziò un lunghissimo periodo di digiuno che dura a tutt'oggi. Il 3-0 di ieri non vale ancora alcun trofeo, tuttavia le emozioni che è riuscito a suscitare in noi tifosi (ma anche, credo, in chi non è un hintxa biancorosso) sono state fortissime e totali, come solo il calcio sa regalare, con buona pace dei suoi critici e detrattori. Il futbol è da sempre romanzo popolare e metafora eccezionalmente veritiera della vita stessa, eppure è solo in occasioni come quella di ieri che è possibile rendersene conto, presi come siamo (e per "noi" intendo tutti gli appassionati di pallone) ad evitare di sporcare la nostra passione con tutto il marciume del calcio moderno. Doping, corruzione, strapotere delle televisioni, soldi, interessi politico-economici, svendita a poco prezzo di simboli e valori comuni...tutto è stato spazzato via, anche se solo per una notte, dall'incredibile spettacolo del San Mamés. Vedere all'opera una tifoseria come quella zurigorri non ha prezzo, altro che Mastercard: gente di ogni età che ha affollato prima le strade e quindi la Catedral, che ha cantato a squarciagola per 90 minuti e che infine ha riempito il prato con un'invasione pacifica di struggente bellezza. E' stata una serata d'altri tempi e anche la partita si è adeguata a questo leit-motiv, proponendo la miglior versione possibile dei Leoni.
Lo scenario del match è tipicamente basco: San Mamés strapieno, pioggia e freddo, con il tocco di una finale all'orizzonte a rendere più pepato il tutto. Sceso in campo col 4-4-2 tipico di Caparros e in formazione tipo, eccezion fatta per Toquero in luogo di Velez, l'Athletic non tradisce le speranze di tutti i suoi tifosi e fin dall'inzio riversa sul campo un furore agonistico e una garra eccezionali, come se volesse da subito mostrare al presidente andaluso Del Nido (sue le parole "ci mangeremo il Leone dalla testa alla coda") che la pelle del felino ultracentenario è troppo coriacea per i denti dei suoi giocatori; quel Leone, simbolo della squadra e di tutta Bilbao, ne ha passate moltissime e dentro di sé ha ancora un fuoco che brucia e che spinge gli zurigorri ad aggredire gli avversari con un'intensità pazzesca. Il gol di Javi Martinez arriva presto, prestissimo, ed è esemplare in tal senso: dopo la sponda aerea di Llorente, infatti, il navarro si avventa sulla sfera quasi con rabbia, conclude trovando la respinta di Palop ma è il più lesto a scagliarsi sulla respinta e a scaraventarla in rete. Lo stadio esplode, è una bolgia infernale e forse agli uomini di Jimenez sembra davvero di essere finiti in un girone dantesco. La punizione riservatagli dal Re degli inferi calcistici è quella di non riuscire a toccare il pallone e, ad un certo punto, pare quasi che i padroni di casa stiano giocando con un uomo in più, tale è la superiorità tattica e atletica che mostrano nel primo tempo. Yeste, dominatore del gioco, fa quel che vuole a sinistra e al 34' corona una prima mezz'ora superba con un assist al bacio per la testa di Llorente, che prende l'ascensore e schiaccia in porta il 2-0, confermandosi grande trascinatore dei bilbaini. Il tecnico andaluso corre ai ripari inserendo Luis Fabiano, al rientro dopo un mese di stop, per l'invisibile Fazio, ma dopo un solo minuto Nando, ancora lui, ruba palla sulla trequarti e serve a Toquero un pallone che va solo messo dentro. E' il primo gol per l'ex Sestao, autore di una gara strepitosa, ed è anche la rete che seppellisce il Siviglia e manda in estasi un intero popolo.
Dopo questa prima frazione da urlo, l'Athletic tira un po' i remi in barca nella ripresa, ma a conti fatti rischia solo in un paio d'occasioni (specie su un colpo di testa di Kanoutè finito fuori di un niente, con Iraizoz uscito a farfalle) e anzi punge spesso in contropiede. Al triplice fischio può iniziare una festa attesa per 24 anni, come ben dimostrano la gioia purissima, le lacrime di commozione e il calore infinito dei tifosi biancorossi. L'Athletic è in finale, ancora una volta. Qualcuno aspetta Godot per tutta una vita, ogni tanto, invece, i sogni diventano realtà.


Kanouté supera Etxeita e batte Armando, realizzando l'1-1 per il Siviglia. Nella ripresa il maliano segnerà anche il gol vittoria per i suoi (fot Athletic-club.net).
Athletic Club: Armando; Ustaritz, Etxeita, Amorebieta, Balenziaga; Susaeta, Gurpegui, Muñoz (55' Iturraspe), Gabilondo (80' Garmendia); Ion Vélez (59' Íñigo Vélez), Toquero.
Sevilla FC: Palop; Mosquera, Squillaci, Dragutinovic, Fernando Navarro; Romaric, Fazio (53' Renato), Duscher, Capel (74' Konko); Perotti, Kanouté (65' Acosta).
Reti: 26' Gabilondo, 39' e 58' Kanouté.
Arbitro: Mateu Lahoz (Colegio Valenciano).
L'Athletic ha per caso giocato una partita di Liga? La domanda, come diceva Antonio Lubrano, nasce spontanea, visto che la formazione biancorossa scesa in campo di fronte al Siviglia di Jimenez somigliava più al Bilbao Athletic, magari con qualche innesto d'esperienza (ma di poco minutaggio), che alla prima squadra dei Leoni. Chiara la scelta di Caparros di far riposare tutti o quasi i titolari in vista della semifinale di Copa del Rey di mercoledì, mentre il suo collega andaluso, dovendo pensare al terzo posto in campionato da difendere, ha applicato il turnover solo a pochi elementi, uno su tutti Jesus Navas (l'arma più devastante in forza ai sivigliani, soprattutto perché il 2-1 dell'andata permetterà loro di giocare in contropiede). L'undici scelto da Jokin era quindi più adatto ad un'amichevole infrasettimanale che ad una partita di Liga e ovviamente il risultato del match lo ha confermato. Intendiamoci, non intendo certo giustificare la sconfitta trincerandomi dietro l'alibi delle molte assenze e anzi devo dire che approvo la scelta di Caparros, anche se la sua ostinazione nel far giocare sempre gli stessi rivela un'intrinseca limitatezza proprio nelle occasioni in cui i titolari sono sostituiti da giocatori che il campo lo vedono col lanternino. Mancanza di ritmo partita, scarsa coesione, difficoltà visibili nel trovarsi e nel coprire il campo in modo armonico: tutti difetti palesati ieri dall'Athletic e di cui i giocatori, scesi in campo con grande abnegazione e spirito di sacrificio, non sono imputabili più di tanto. Lo spazio concesso ai vari Armando (all'esordio stagionale), Muñoz (redivivo, sembra che i reparti speciali che lo stavano cercando sui monti baschi possano finalmente tornare a casa), Iñigo Velez e compagnia da un lato fa piacere, ma dall'altro fa nascere seri dubbi sulla lungimiranza di uno staff tecnico incapace di trovare alternative serie in ruoli specifici; Ustaritz terzino destro e la coppia d'attacco Ion Velez-Toquero, volenterosi ma nulla più, sono solo due degli esempi di una programmazione societaria assai poco lungimirante. A parer mio, Caparros avrebbe anche potuto far esordire i due giovani virgulti che aveva convocato per l'occasione, l'interessante trequartista Adrien Goñi e il difensore Unai Medina, ma l'utrerano, forse giustamente, ha preferito gratificare con un po' di minuti il citato Iñigo, Garmendia (al rientro da un infortunio di lungo corso) e Iturraspe, il cui splendido precampionato aveva fatto prospettare un altro tipo di stagione per lui.
Poco da dire sul match, assolutamente squilibrato a favore di un Siviglia dominatore del campo (possesso palla medio di 61a 39) ma poco incisivo in avanti, con i bilbaini a fare più da sparring partner che a contendere veramente l'iniziativa agli avversari. Visto che il calcio è uno sport sorprendente, però, ad andare in vantaggio sono proprio i Leoni, che passano al 26' con un sinistro velenoso di Gabilondo, bravo a risolvere una mischia dopo un calcio d'angolo. Gli uomini di Jimenez, fin lì preoccupati più di trovare la giocata ad effetto o la soddisfazione personale che di segnare, ci mettono poco più di 10 minuti ad organizzarsi e quindi a pareggiare, ovviamente grazie al loro uomo migliore, Kanouté: il maliano doma un cross di Mosquera, originato dall'ennesima leggerezza stagionale di Balenziaga, dribbla nello stretto Etxeita e batte Armando con un piatto destro potente. Nella ripresa gli ospiti partono all'assalto nel tentativo evidente di chiudere al più presto la pratica, sfiorano il gol un paio di volte e lo trovano infine ancora con Kanouté, che semina Etxeita e Amorebieta per poi infilare Armando con un gran diagonale dal limite. Caparros tenta qualcosa con i cambi e inserisce Iñigo per avere una torre al centro area su cui fare riferimento (un surrogato di Llorente, ahimé somigliante all'originale come una banconota con su scritto "Fac simile"), ma il Siviglia ha buon gioco nel controllare la partita e rischia solo a due minuti dal termine, quando Toquero a tu per tu con Palop si fa stoppare dal portiere ex Valencia.
E' una sconfitta che non fa male all'Athletic e non è nemmeno troppo sensato analizzarla in vista della Coppa, poiché la squadra che disputerà la semifinale non sarà nemmeno parente di quella vista ieri, sia negli uomini che, si spera, nell'atteggiamento. Di certo c'è solo una cosa: la vera partita deve essere ancora giocata. A mercoledì.

Llorente esulta dopo il gol del pareggio: è sempre più lui il simbolo dell'Athletic (foto Eitb24).
Getafe: Jacobo; Cortés, 'Cata' Díaz, Mario, Licht (62' Contra); Granero, Polanski (76' Celestini), Casquero, Gavilán; Uche, Soldado (48' Albín).
Athletic: Iraizoz; Iraola, Aitor Ocio, Etxeita, Koikili; Susaeta (89' Gabilondo), Javi Martínez, Orbaiz (81' Gurpegui) Yeste; Ion Velez (59' Toquero), Llorente.
Reti: 15' Soldado, 40' Llorente.
Arbitro: Ayza Gámez (Comité Valenciano).
Innanzi tutto, mi scuso per la prolungata assenza dovuta in gran parte al lavoro e anche ad alcuni impegni personali che mi hanno impedito di vedere le precedenti partite e di aggiornare il blog con una frequenza decente. D'ora in avanti dovrei tornare a scrivere regolarmente, perdonatemi per questo periodo di assenteismo forzato!
Chiamatela come vi pare: Llorentedipendenza, Llorentemania, Llorentesceltaobbligata. La sostanza non cambia e gli 11 gol in Liga realizzati fin qui dal numero 9 dell'Athletic lo dimostrano. 11 reti, a cui vanno aggiunte le tre segnature di Coppa del Re, che eguagliano il bottino dello scorso campionato (ottenuto però con 13 partite in meno, 22 contro 35) e testimoniano di un'evoluzione eccezionale, simile più a un'esplosione improvvisa che ad un graduale avanzamento di una giovane carriera. A vent'anni Nando era una promessa, a 21 un giocatore che doveva maturare, a 22 un talento smarritosi lungo la via e a 23, all'inizio dell'era Caparros, un'incognita. Ora, a 24 anni meno due giorni, Fernando Llorente da Rincon de Soto (anche se è nato a Pamplona) è senza dubbio il nome nuovo del calcio spagnolo, come peraltro ribadito dal gol segnato nell'amichevole di lusso tra le Furie rosse e l'Ingilterra di Capello. Senza il suo centravanti, l'Athletic è una squadra mediocre, sterile e frustrata dalla pochezza tecnica degli altri attaccanti della rosa, ma quando lui è in campo la musica cambia e la pericolosità della squadra aumenta in maniera esponenziale. Il gioco, com'è normale, si sviluppa esclusivamente intorno a Llorente, cercato con i cross dalle fasce, con i palloni lunghi dalla difesa o con i rari triangoli bassi impostati dai centrocampisti, ed è nella maturità con cui egli accompagna l'azione e con cui catalizza ogni pallone che è più evidente la crescita enorme del giocatore; i gol sono la naturale conseguenza della sua maggior consapevolezza dei propri mezzi, ma sono la fiducia dei compagni e il timore che egli incute alle difese avversarie i giusti termometri per misurare il cambiamento avvenuto in Nando nello spazio di pochi mesi, dal girone di ritorno della scorsa Liga ad oggi. Anche all'interno di una partita piuttosto squallida come quella del Coliseum Alfonso Pérez, in cui si è vista la solita versione da trasferta dei Leoni, il numero 9 ha inciso in maniera pressoché totale sulla prestazione dei suoi: un rigore guadagnato, un gol e una grandissima occasione fallita nella ripresa, in pratica tutto quanto prodotto dai biancorossi nel match, portano la sua firma. La dipendenza della squadra dal suo bomber principe, per non dire unico, è tutta in questo dato, che sottolinea senza bisogno di ulteriori commenti l'imprescindibilità di Llorente e, allo stesso tempo, la mancanza di alternative offensive che attanaglia l'undici di Caparros.
Riguardo alla partita non c'è molto da dire, se non che l'1-1 finale rispecchia perfettamente l'equilibrio visto in campo. Più manovriero e interessato al possesso palla, il Getafe ha comandanto le danze per buona parte del match, palesando però una certa leggerezza davanti che gli ha impedito di portare grossi pericoli alla porta di Iraizoz, mentre l'Athletic, più diretto e verticale, pur pensando troppo a difendersi e giocando pure maluccio (come spesso avviene in trasferta) ha avuto maggior incisività negli ultimi 20 metri, ovviamente grazie alla presenza del suo biondo ariete. Primo tempo sostanzialmente spaccato in due, con un ottimo Getafe che ha letteralmente dominato per 20'; gli azulones hanno colto una traversa con Soldado dopo appena 3 minuti e sono andati in gol al quarto d'ora sempre con l'ex Real Madrid, anche se l'assist involontario di Javi Martinez (tocco di coscia a rimettere in area una punizione destinata ad uscire) è stato forzato da una spinta piuttosto evidente di Cata Diaz. I Leoni, impalpabili fino al vantaggio avversario, hanno reagito prontamente ottenendo prima una rete annullata per un fallo inesistente di Javi Martinez su Jacobo, quindi un rigore inventato dall'arbitro a causa di una gomitata più che dubbia ai danni Llorente. Le polemiche sono state spente sul nascere dalla brutta battuta di Iraola, che ha calciato rasoterra e piuttosto centralmente (l'abc di come non andrebbe tirato un penalty...) facilitando l'intervento del portiere del Getafe, bravo comunque a battezzare l'angolo giusto. Gli attacchi molto schematici dei bilbaini sono continuati nonostante l'occasione sprecata, col Getafe a farsi vivo solo in contropiede, e hanno portato al gol del pareggio di Llorente in chiusura di tempo. Rete da grande attaccante quella di Nando: controllo spalle alla porta dopo un tocco di petto di Velez, perno sul difensore per girarsi e battuta a fil di palo col destro, veramente tutto molto bello. La ripresa ha visto un Athletic soddisfatto del pari tenere a bada senza toppi patemi le offensive, a onor del vero poco convinte, degli uomini di Víctor Muñoz. La palla-gol più ghiotta è capitata peraltro proprio ai biancorossi, ma Llorente ha incornato incredibilmente a lato un cross di Toquero che chiedeva solo di essere messo dentro. Pareggio giusto e bilancio poco positivo delle ultime tre uscite dei Leoni nella Liga: una sconfitta e due pareggi, poca roba visto che adesso comincia il Tourmalet, come viene chiamata la terribile serie di partite contro le migliori di Spagna, e le occasioni per fare punti non saranno moltissime. Si comincia sabato con Athletic-Sevilla che, per uno strano scherzo del calendario, è anche il match che precede il ritorno della semifinale proprio contro gli andalusi.

Acosta esulta, Iraizoz impreca: l'argentino ha appena messo dentro il gol del 2-1 (foto Marca).
Sevilla: Palop; Mosquera, Squillaci, Escudé, Fernando Navarro; Jesús Navas, Duscher, Romaric, Adriano (60' Diego Capel); Renato (46' Acosta); Kanouté.
Athletic Club: Iraizoz; Iraola, Aitor Ocio, Amorebieta (90' Ustaritz), Koikili; David López, Orbaiz, Javi Martínez, Yeste (71' Balenziaga); Ion Vélez (62' Toquero), Llorente.
Reti: 42' Llorente, 61' Duscher, 92' Acosta.
Arbitro: Carlos Velasco Carballo (Comité Madrileño).
Chi non ricorda Dorando Pietri, lo sfortunatissimo maratoneta italiano che, alle Olimpiadi di Londra del 1908, cadde più volte in vista del traguardo, lo passò con l'aiuto dei giudici e venne quindi squalificato? L'Athletic ha fatto un po' come lui, resistendo per tutta la ripresa all'assedio sevillista, salvandosi perfino da un calcio di rigore e finendo per crollare proprio all'ultimo assalto, in pieno recupero, dopo l'ennesima mischia nella propria area. Un risultato giusto per quanto visto in campo, senza dubbio, ma rimane comunque l'amarezza per una sconfitta arrivata a tempo scaduto, quando già si prospettava un pareggio (con gol segnato in trasferta, cosa non da poco) per il quale moltissimi avrebbero firmato alla vigilia del match.
E' stata una strana partita, divisa in due parti assolutamente diverse ed oltremodo condizionata dal nubifragio che ha colpito Siviglia un'ora prima del calcio d'inizio, un rovescio che ha messo in serio dubbio la disputa dell'incontro e ha costretto l'arbitro a posticiparlo di 15 minuti. Con un terreno di gioco allagato come Piazza San Marco durante una giornata di acqua alta, nella prima frazione le due squadre hanno usato un solo schema, il "pelotazo" dalle retrovie, visto che qualsiasi tentativo di giocare palla a terra veniva frustrato dalle numerose pozzanghere su cui la sfera si arenava senza scampo, in special modo sulle fasce dove sarebbe servita una barchetta per fare su e giù. Impossibile parlare di pressing e ritmo, anche se la partita è stata da subito vibrante, agonisticamente accesa (senza mai trascendere, bisogna sottolinearlo) e carica di tensione sportiva data l'importante posta in palio; poche anche le occasioni che, visto il contesto da "battaglia navale", sono arrivate per lo più con azioni estemporanee o, per la maggior parte, su palla inattiva. Il Sevilla è stato sfortunato colpendo una traversa con Romaric, mentre l'Athletic ha messo a frutto un finale in crescendo sfiorando la rete con Velez (lob da lontanissimo alto di un soffio, sarebbe stato un eurogol per Ion) e Llorente e trovandola in chiusura ancora con Fernando, bravo a sfruttare una brutta uscita di Palop su corner di David Lopez e ad infilarlo di testa. La ripresa col campo asciutto è stata in pratica un'altra partita: i Leoni hanno avuto l'occasione per chiuderla subito ma l'hanno fallita (Velez in scivolata ha spedito incredibilmente fuori da due passi un cross potente di David Lopez), gli andalusi hanno alzato il baricentro e si sono scatenati soprattutto dopo il pareggio di Duscher. Navas sulla destra si è elevato a protagonista indiscusso del match, tanto che Caparros ha messo dentro Balenziaga per dare una mano a Koikili, operazione peraltro non riuscita visto lo stato di grazia del genietto del Pizjuan; mentre il Sevilla produceva cross, mischie e occasioni in serie, i bilbaini non sono più riusciti a passare la metà campo (Llorente in pratica ha fatto il difensore aggiunto per mezz'ora), affidandosi alle barricate ammucchiate davanti alla propria area e soprattutto alle parate di un Iraizoz strepitoso. Quando l'arbitro ha fischiato un rigore dubbio su Kanouté, a 10' dalla fine, la strenua difesa degli ospiti è stata sul punto di crollare: il maliano, però, ha colto il palo e ha poi trovato l'ennesimo riflesso eccezionale di Gorka sulla ribattuta. Un segno del destino? No, visto che Acosta, entrato a inizio secondo tempo per uno spento Renato, al 92' ha coronato una buona prestazione con un gol dopo l'ennesima mischia stile flipper in area dell'Athletic, regalando così una preziosa vittoria ai suoi e lasciando i Leoni con un amarissimo sapore di beffa in bocca.
Il ritorno, previsto per il 4 marzo, sarà una battaglia. I bilbaini dovranno segnare a tutti i costi e quindi dovranno attaccare, esponendosi in tal modo all'arma letale degli andalusi, il contropiede; la squadra di Jimenez spesso fatica quando deve imporre il gioco, ma dà il meglio di sè quando può giocare raccolta per poi distendersi con straordinaria velocità grazie alle folate dei suoi uomini di fascia, Navas e Capel, due schegge dotate di una tecnica eccellente. Servirà un Athletic attento, razionale, capace di attaccare senza gettarsi scriteriatamente in avanti e di giocare con calma senza però sprecare minuti preziosi. L'impresa è difficilissima, ma non impossibile. Appuntamento al mese prossimo per conoscere l'epilogo di questa grande semifinale.
utente anonimo in Presentato ufficialm...
Edo14 in Il pagellone 2008/09...
Edo14 in Il pagellone 2008/09...
utente anonimo in Il pagellone 2008/09...
utente anonimo in Il pagellone 2008/09...
Edo14 in Riassunto delle punt...
utente anonimo in Riassunto delle punt...
utente anonimo in Riassunto delle punt...
utente anonimo in Riassunto delle punt...
utente anonimo in Riassunto delle punt...
AFC Ajax blog
AlbinoLeffe blog
Arsenal passion
Athletic Club Bilbao
Aupa Athletic
Calcio d'angolo
Calcio francese
Calcio internazionale
Calcio russo
Calcio scozzese
Calcio spagnolo
Calcio svedese
City Club Italia
Diario de Julen Guerrero
EFF-FVF
ESAIT
Esse Quam Videri
Eurocalcio
Euskal Herria
Euskal Selekzioa
F.C. Tirsense blog
Football ART
Gol blog
Harrobi.com
Hup Holland
Il blog di Ainara
Indiscreto
Io sto con Mancini
La cantera de Lezama
La mia passione per il Barça
Letteratura Sportiva
LFP
Mondo Calcio
Passione Boca Juniors
Peña Leones Italianos
Rojadirecta
Rossonero di vergogna
Sevilla club de fans Italia
Sport People
UEFA
Video Confederations Cup 2009
Viva el Barça
oggi
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
aupaathletic
cantera
copa
europa
euskal herria
femenino
foto
liga
mercato
partite
precampionato
profili
supercopa
varie
video
450 circa